Il corteggio traversò la gran sala, e andò ad installarsi nella miglior camera dell'albergo, che d'Artagnan occupò d'autorità.

In questo mentre l'oste e sua moglie si precipitarono, coi lumi in mano in cantina, che loro era stata per sì lungo tempo interdetta, ed ove gli aspettava un terribile spettacolo.

Al di là delle fortificazioni, nelle quali Athos aveva fatto breccia per uscire, e che si componevano di legnami, di fascine, di assi, e di vasellami vuoti, disposti con tutto l'ordine strategico, si vedevano qua e là, nuotanti in un mare di olio e di vino, gli ossami di tutti i prosciutti mangiati, nel mentre che un ammasso di bottiglie rotte riempiva tutto l'angolo sinistro della cantina, e che un tinello, la di cui chiavetta era rimasta aperta, perdeva le ultime gocce del suo sangue.

Sopra cinquanta salami appesi al soffitto, ne restavano appena dieci.

Allora gli urli dell'oste e dell'ostessa rintronarono sotto le volte della cantina; d'Artagnan stesso ne fu commosso. Athos non voltò neppure la testa.

Ma al dolore succedè la rabbia. L'oste s'armò di uno spiedo, e nella sua disperazione, si slanciò nella camera ove si erano ritirati i due amici.

— Del vino! disse Athos scoprendo l'oste.

— Del vino! gridò l'oste stupefatto, del vino! ma voi me ne avete di già bevuto per cento doppie; ma io sono un uomo rovinato, perduto, annientato.

— Bah! disse Athos, noi siamo sempre rimasti colla sete.

— Se vi foste contentati di bere, pazienza; ma voi avete rotto tutte le bottiglie.