— Questo diamante! gridò d'Artagnan portando vivamente la mano sul suo anello.
— E siccome io sono conoscitore, avendone avuto qualcuno per conto mio, l'ho stimato mille doppie.
— Spero bene, disse d'Artagnan mezzo morto dallo spavento, che non avrete menomamente fatta menzione del mio anello?
— Al contrario, amico caro; voi capirete, questo diamante diventava la nostra sola risorsa, con esso io poteva riguadagnare le nostre gualdrappe e i nostri cavalli, ed anche del danaro pel viaggio.
— Athos! voi mi fate fremere! gridò d'Artagnan.
— Parlai dunque del vostro diamante al mio tenitore, che lo aveva egli pure rimarcato. Che diavolo! mio caro, voi portate al vostro dito una stella del cielo, e non volete che vi si faccia attenzione? impossibile!
— Terminate, mio caro, terminate, disse d'Artagnan, poichè in parola, col vostro sangue freddo mi fate morire.
— Noi dividemmo dunque il vostro diamante in dieci parti di cento doppie l'una.
— Ah! voi volete ridere, o provarmi, disse d'Artagnan, che cominciava ad essere preso pei capelli dalla collera, come Minerva prendeva Achille nella Iliade.
— No, io non ischerzo, per bacco! avrei voluto vedervici! Erano quindici giorni che non aveva veduto faccia umana, e che stava là ad imbestialirmi ricreandomi colle bottiglie.