— Questa non è una ragione per giuocare il mio diamante! rispose d'Artagnan, stringendo il suo pugno con un fremito nervoso.
— Ascoltate dunque la fine. Dieci parti di cento doppie l'una e dieci colpi senza rivincita. In tredici colpi, ho perduto tutto. Il numero tredici mi è sempre stato fatale; fu il tredici luglio che...
— Ventrebleu! gridò d'Artagnan alzandosi da tavola; la storia di quella mattina gli faceva dimenticare quella della sera innanzi.
— Pazienza, disse Athos. Io aveva il mio piano. L'Inglese era un originale. Io lo aveva veduto di buon mattino parlare con Grimaud, e Grimaud mi aveva avvertito che gli aveva fatte delle proposizioni per entrare al suo servizio. Io gli giuocai Grimaud, il silenzioso Grimaud diviso in dieci parti.
— Ah! per bacco! disse d'Artagnan scoppiando dalle risa.
— Grimaud stesso, intendete voi? e colle dieci parti di Grimaud, che tutte assieme non valgono un ducatone, riguadagnai il diamante. Ditemi ora che la persistenza non è una virtù?
— In fede mia, questa è bellissima! gridò d'Artagnan consolato, e tenendosi le coste dal ridere.
— Voi capirete che, sentendomi in vena, mi rimisi subito a giuocare sul diamante.
— Ah? diavolo? disse d'Artagnan imbruttito di nuovo.
— Ho riguadagnato i finimenti del vostro cavallo, poi il vostro cavallo, poi i finimenti del mio, poi il mio cavallo, quindi ho riperduto. In poche parole: ho riguadagnati i finimenti del mio cavallo e del vostro. Ecco a che punto sta la cosa. È stato un colpo superbo, per cui mi sono fermato là.