Athos difendeva con tanta calma e metodo, come se fosse stato in una sala di scherma.
Porthos, corretto senza dubbio dalla sua troppo grande confidenza per opera della avventura di Chantilly, giuocava un giuoco pieno di destrezza e prudenza.
Aramis, che aveva il terzo canto del suo poema da terminare, si sbrigava come un uomo che abbia molta fretta.
Athos pel primo uccise il suo avversario. Non gli aveva portato che un colpo, ma come lo aveva prevenuto, questo colpo era stato mortale, la spada gli traversò il cuore.
Porthos, pel secondo, stese il suo sull'erba; gli aveva traversata la coscia. Allora, siccome l'Inglese gli aveva resa la spada, Porthos lo prese fra le sue braccia, e lo portò nella sua carrozza.
Aramis spinse il suo avversario così vigorosamente, che dopo averlo fatto rompere soltanto una cinquantina di passi, finì col metterlo fuori di combattimento.
In quanto a d'Artagnan, egli aveva fatto semplicemente e puramente un giuoco difensivo, quindi, quando vide il suo avversario bene stanco, gli dette una vigorosa fianconata, e gli fece balzare la spada dalle mani. Il barone vedendosi disarmato fece due o tre passi addietro, ma in questo movimento il suo piede scivolò, e cadde rovescione.
D'Artagnan fu sopra di lui e puntandogli la spada alla gola:
— Io potrei uccidervi, signore, diss'egli all'Inglese, e voi siete realmente nelle mie mani: ma io vi regalo la vita per amore di vostra sorella.
D'Artagnan era al colmo della sua gioia; aveva realizzato il piano stabilito in antecedenza; ed il cui pensiero aveva fatto apparire sul suo viso quei sorrisi di cui abbiamo tenuto parola.