— Sì, signore, noi siamo cugini, disse senza sconcertarsi Porthos, che d'altronde non avea mai contato di essere ricevuto dal marito con entusiasmo.

— Dal lato di donna, credo io? disse maliziosamente il procuratore.

Porthos non capì questo scherzo, e la prese per una ingenuità, di cui rise fortemente sotto i suoi baffi: la signora Coquenard, che sapeva essere il procuratore ingenuo, una varietà molto rara nella sua specie, sorrise un poco, ma arrossì molto.

Il signor Coquenard aveva, dall'arrivo di Porthos, gettati i suoi occhi con inquietudine sopra un grande armadio posto dirimpetto al suo scrittoio di quercia. Porthos capì che questo armadio, quantunque non corrispondesse alla forma che aveva veduta nei suoi sogni, doveva essere il fortunato scrigno, e si rallegrò ehe la realtà avesse sei piedi di più in altezza di quello che aveva in sogno.

Il signor Coquenard non spinse più oltre le sue investigazioni genealogiche; ma, riconducendo il suo sguardo inquieto dall'armadio sopra Porthos, si contentò di dire:

— Il nostro signor cugino, prima della sua partenza per la campagna, vorrà bene farci la grazia di venire a pranzo con noi, non è vero, signora Coquenard?

Questa volta Porthos ricevette il colpo nel mezzo dello stomaco, e lo sentì; sembrava che, dal canto suo, la signora Coquenard non fosse meno insensibile, poichè ella soggiunse:

— Mio cugino non ritornerà, se egli vede che noi lo trattiamo male; ma nel caso contrario, egli ha troppo poco tempo da passare a Parigi, e per conseguenza da vederci, perchè noi non dobbiamo domandargli quasi tutti gl'istanti di cui può disporre fino alla sua partenza.

— Oh! le mie gambe, le mie povere gambe! mormorò il signor Coquenard.

E si sforzò di sorridere.