A due ore e mezzo d'Artagnan metteva piede sul suolo d'Inghilterra, gridando:
— Finalmente eccomi qui!
Ma questo non era il tutto, bisognava giungere a Londra. In Inghilterra la posta era ben servita. D'Artagnan e Planchet presero ciascuno un polledro; un postiglione corse davanti a loro; in quattro ore essi giunsero alle porte della capitale.
D'Artagnan non conosceva Londra; d'Artagnan non sapeva una parola d'inglese, ma egli scrisse il nome di Buckingham sopra un pezzo di carta e ciascuno gli sapeva indicare il palazzo del duca.
Il duca era alla caccia a Windsor col re.
D'Artagnan domandò il cameriere di confidenza del duca, che avendolo accompagnato in tutti i suoi viaggi, parlava perfettamente il francese: gli disse che giungeva da Parigi per affare in cui trattavasi della vita o della morte, e che abbisognava che parlasse sull'istante col suo padrone.
La confidenza con la quale parlava d'Artagnan convinse Patrizio, che questo era il nome di questo ministro. Egli fece insellare due cavalli e s'incaricò di condurre la giovane guardia. In quanto a Planchet era stato tolto dalla sua cavalcatura intirizzito come un giunco. Il povero servitore era al termine delle sue forze; d'Artagnan sembrava di ferro.
Si giunse al castello, e si chiesero le informazioni: il re e Buckingham erano alla caccia del falcone nelle paludi poste a tre leghe di là.
In venti minuti furono al luogo indicato. Ben presto Patrizio intese la voce del suo padrone che chiamava il suo falcone.
— Chi debbo io annunziare a milord duca? domandò Patrizio.