D'Artagnan ritornò il giorno dopo presso milady. Ella era di cattivissimo umore; d'Artagnan capì che quella era la mancanza di risposta al biglietto del sig. de Wardes che l'agghiacciava in tal modo. Entrò Ketty; ma milady la ricevette con molta durezza. Un colpo d'occhio che lanciò a d'Artagnan, voleva dire:

— Voi vedete che io soffro per voi.

Però, verso la fine della serata, la bella lionessa si ammansò, e ascoltò sorridendo le dolci parole di d'Artagnan; ella giunse perfino a dargli la mano da baciare.

D'Artagnan sortì, non sapendo più che pensare; ma siccome egli era un Guascone al quale non si poteva così facilmente far perdere la testa, aveva costruito nell'animo suo un piccolo piano.

Egli ritrovò Ketty alla porta, e come la sera innanzi, salì nella sua camera per avere delle notizie. Ketty era stata molto rimproverata; era stata accusata di negligenza. Milady non capiva niente sul silenzio del conte de Wardes, e le aveva ordinato di entrare in camera sua alle nove del mattino per prendere i suoi ordini.

D'Artagnan fece promettere a Ketty che l'indomani mattina sarebbe andata da lui per dirgli di qual natura erano questi ordini. La povera giovinetta promise tutto ciò che volle d'Artagnan: ella era pazza.

A undici ore, vide giungere Ketty. Ella teneva in mano un nuovo biglietto di milady. Questa volta la povera fanciulla non tentò nemmeno di contenderlo a d'Artagnan; ella lo lasciò fare; non ardiva più di dare una negativa al suo bel soldato.

D'Artagnan aprì questo secondo biglietto che egualmente non portava nè firma nè indirizzo, e lesse quanto segue:

«Ecco la terza volta che vi scrivo per dirvi che io vi amo; guardatevi che non abbia a scrivervi una quarta volta per dirvi che vi detesto.»

D'Artagnan arrossì e impallidì più volte guardando questo biglietto.