D'Artagnan era talmente fuori di sè, che, senza occuparsi di ciò che sarebbe accaduto a Ketty, traversò mezzo Parigi correndo, e non si fermò che davanti alla porta di Athos. Lo sconvolgimento del suo spirito, il terrore che lo spronava, il grido di alcune pattuglie che gli correvano dietro, non fecero che precipitare ancor più la sua corsa.

Traversò il cortile, salì al secondo piano ove stava Athos, e battè alla porta in modo da romperla.

Grimaud venne ad aprirgli, cogli occhi sonnolenti; d'Artagnan si slanciò con tanta forza nell'anticamera che poco mancò che non stramazzasse.

Malgrado il mutismo abituale di Grimaud, questa volta gli ritornò la parola. Alla vista della spada che d'Artagnan teneva ancora in mano, il povero servitore s'immaginò di aver che fare con qualche assassino.

— Soccorso! aiuto! soccorso! gridò egli.

— Taci, disgraziato! disse il giovane. Io sono d'Artagnan, non mi riconosci più? dov'è il tuo padrone!

— Voi, sig. d'Artagnan, gridò Grimaud spaventato. Impossibile!

— Grimaud, disse Athos sortendo dal suo appartamento in veste da camera, io credo che voi vi permettiate di parlare!

— Ah! signore, egli è che...

— Silenzio.