— Ah! Mio-signore! gridò d'Artagnan, risparmiate il peso della vostra disgrazia, restate neutro se vedete che agisco da galantuomo.

— Giovinotto, disse Richelieu, se io posso dirvi anche una volta ciò che vi ho detto oggi, vi prometto di dirvelo.

Quest'ultima parola di Richelieu esprimeva un dubbio terribile, essa costernò d'Artagnan più che non lo avrebbe fatto una minaccia, poichè era un avvertimento. Il ministro cercava adunque di preservarlo da qualche disgrazia che lo minacciava? egli aprì la bocca per rispondere, ma un gesto della mano del ministro lo congedò.

D'Artagnan uscì, ma alla porta il cuore fu presso a mancargli, e poco mancò che non rientrasse. Però la figura grave e severa di Athos gli comparve. Se faceva il patto che dal ministro gli veniva proposto, Athos non gli stenderebbe più la mano, Athos lo rinegherebbe.

Fu questo timore che lo trattenne, tanto è possente l'influenza di un carattere veramente grande sopra tutto ciò che lo circonda.

D'Artagnan discese per la medesima scala per cui era salito; egli trovò davanti alla porta Athos e i quattro moschettieri che aspettavano il suo ritorno, e che cominciavano ad inquietarsi. Con una parola d'Artagnan li rassicurò, e Planchet corse a prevenire gli altri posti che era inutile il montare una più lunga guardia, attesochè il suo padrone era uscito sano e salvo dal palazzo del ministro.

Rimasti in casa di Athos, Aramis e Porthos s'informarono delle cause di questo strano appuntamento; ma d'Artagnan si contentò dir loro che il signor di Richelieu l'aveva fatto venire per proporgli di entrare nelle sue guardie col grado d'alfiere, e che egli aveva rifiutato.

— E voi avete avuto ragione! gridarono ad una sola voce Porthos ed Aramis.

Athos cadde in una profonda distrazione, e non disse niente.

Ma quando fu rimasto solo con d'Artagnan: