Loris si raddrizzò superbamente.
— Nessuno in Russia può sentirsi così forte da ridere di quest'impresa, anche se dovesse fallire, perchè nessuno avrebbe osato nemmeno di concepirla. Sofia Perowskaia, si volse ad Olga, ricusò di salvarsi per morire romanticamente sul patibolo con Jeliaboff, ma quando si è scoperti bisogna suicidarsi piuttosto che lasciarsi arrestare: così il nemico vince, ma non trionfa.
Il disegno di Loris era questo.
La neve caduta in quei primi d'ottobre non era stata che una anticipazione dell'inverno, dopo la quale l'autunno aveva come rifiorito con quella soavità russa, ilare ed insieme malinconica, di cui nessun altro clima potrebbe dare un'idea. Loris aveva subito pensato ad approfittarne, giacchè solo colla prima nuova neve il suo disegno era possibile. Dopo le infelici esperienze di tutte le mine nichiliste, Loris per far saltare il teatro aveva trovato un'altra idea di una semplicità quasi pazza. Bisognava prendere un palchetto alla prima rappresentazione dei due grandi concerti consecutivi, già annunziati per la settimana ventura; restarvi non visti una notte ed un giorno, sino alla seconda rappresentazione, uscendone poi senza essere osservati. Ventiquattr'ore sarebbero più che sufficienti a disporre la mina: questa doveva comporsi di trenta chilogrammi di melinite, divisi in trenta tubi metallici, nascosti ad ogni probabile investigazione sotto l'imbottitura di un divano: i tubi, non più grossi di tre centimetri, rimarrebbero celati dietro la fascetta del sedile. Pochi fili di ferro, tesi a piccolissimi ganci invitati nelle fascette, basterebbero a sostenerli. Nessun inserviente incaricato della pulizia dei palchi avrebbe mai l'idea, scoppettando un divano, di cacciarvi la testa sotto per cercarvi una mina nella intelaiatura. Ma per incendiare i trenta chilogrammi di melinite, bisognava trasmettervi la scintilla elettrica con un filo: qui cominciava la follia. Non v'era altro modo che forare con un trapano sottile il muro esterno del teatro nel vano di una finestra, ove lo spessore fosse minimo, presso una delle doccie discendenti dal cornicione; trapassare anche la doccia, congiungere il filo ai tubi, facendolo passare invisibile sotto il tappeto del palchetto e della corsia sino a quella finestra, e riempire la doccia dei centotrentacinque metri, tanta era la distanza, di filo necessario per giungere alla loro casa. Poi aspettare la notte della prima nevicata; ma se la neve cadesse di giorno alzandosi troppo dal suolo l'impresa andava a vuoto; con un colpo di martello acuminato, passando lungo il muro del teatro, ove la doccia scendeva semiscoperta sino a terra, bucarla; chinarsi rapidamente fingendo magari di scivolare, con un piccolo gancio estrarre il filo, e stenderlo sulla neve sino alla doccia della loro finestra. Un secondo filo scenderebbe da questa doccia forata dall'interno all'altezza del balcone; bisognerebbe bucarla ancora dietro terra, cavarne il filo e congiungerlo coll'altro. Questa era la parte più delicata e terribile dell'operazione. Il filo conduttore, sottile, malleabile e bianco come la neve, sarebbe presto ricoperto da questa così che nessuno lo scoprirebbe più nell'inverno giacchè a Mosca la neve non si spazza mai nelle strade, sulle quali forma un altissimo strato di grossa sabbia candida, presto insudiciata di ogni colore.
Ma le guardie vegliavano sempre nella piazza del teatro, anche di notte. Loris aveva già studiati i loro giri e scelta la doccia: calcolava di non poter avere più di dieci minuti per forarla e stendere il filo; tutto al più si potrebbe con qualche strattagemma attirare le guardie un po' più lungi, e raddoppiare il tempo utile. Egli, Olga e Lemm, basterebbero ad introdurre nel teatro i trenta chilogrammi, i centotrentacinque metri di filo, e il trapano necessario a forare il muro. Olga si avvolgerebbe il filo intorno al corpo sotto le sottane, e nasconderebbe il trapano smontato nel manicotto: essi, uscendo e rientrando negli intermezzi, porterebbero sette o otto tubi per volta nelle tasche interne sotto le pelliccie. Quindi Lemm se ne andrebbe: al momento dell'uscita, quando si abbassano le fiammelle del gas, Loris ed Olga sarebbero già nascosti nel contropalco o in una latrina, dove meglio si potrebbe; e non uscirebbero dal teatro che alla rappresentazione seguente. Un mutamento nel programma teatrale sarebbe bastato a tenerli prigionieri chi sa quanto. Loris evitava di pensarci. In questo caso, se la neve cadesse di notte, Lemm doveva tentare di stendere da solo il filo.
Fra due giorni il principe avrebbe portato i trenta chilogrammi di melinite, fra cinque il teatro si aprirebbe per due concerti colla Sembrich e colla Nilson, i due soprani più celebri del mondo dopo Adelina Patti, e che incomincerebbero così la solita grande stagione teatrale. I concerti venivano dati a benefizio del grande Ospizio dei trovatelli, fondato da Caterina II nel 1762. Il primo era fissato per il prossimo mercoledì, dell'altro rimaneva ancora incerto il giorno.
— Dopo l'esperimento del dottor americano Tanner, Loris disse scherzando a Lemm, i digiunatori sono pullulati da per tutto; un digiuno di quindici giorni ci farà davvero capire quella fame, che uccide tanti nel popolo.
Olga e Lemm non discutevano più. Loris lo incaricò di comprare i centotrentacinque metri di filo in uno dei maggiori negozi di strumenti fisici, presso la barriera Pokrovskaia; poi si pentì. Lemm, offeso che gli si volesse così risparmiare un pericolo, insistè; ma Loris troncò ogni discussione dichiarando di fidarsi più di sè stesso; direbbe al negoziante di voler fare alcune esperienze sulla trasmissione della forza col filo elettrico secondo le ultime scoperte del grande elettricista italiano, Galileo Ferraris.
Infatti dopo due ore ritornò con un rotolo di filo bianco, fatto di tre capi attorti, difesi da un tegumento isolatore; il filo, abbastanza malleabile, era dello spessore di tre millimetri. Aveva comprato un trapano solidissimo di fattura inglese; ma vi mancavano le subbie, perchè quelle solite di fabbrica sarebbero state troppo corte. Ne aveva quindi commesse quattro, della lunghezza di quaranta centimetri, ad un armaiolo molto abile nelle tempre; tale informazione la doveva allo stesso negoziante, dal quale aveva comprato il trapano.
Durante i preparativi Olga e Lemm, ridotti a subalterni senza importanza, rimanevano inerti: la loro reciproca antipatia pareva cessata, senza che le loro maniere ne fossero diventate più amabili. Lemm, villano per natura e per educazione, disprezzava le donne; Olga, in quel primo ritorno alla propria vera natura, si sentiva sempre più impacciata da nuovi pudori fra quei due uomini, che sembravano non accorgersi del suo sesso. Loris le badava appena; Lemm, permettendo quasi sempre al proprio soldato d'ubbriacarsi alla bettola, passava la maggior parte del tempo con lei, quasi senza parlare, finchè Matrona non lo costringesse a scappare per l'armadio. Il suo umore sembrava peggiorare tutti i giorni: era scontento di sè, di Olga, di tutti; ammirava meno Loris, dacchè questi non gli appariva più nella calma della prima superiorità, si affaticava quindi contro di lui in sofisticherie sulla tecnica di quella mina. Qualche cosa la farebbe senza dubbio scoprire prima: allora bisognerebbe suicidarsi.