— Se i vostri amici di Pietroburgo potessero immaginare una simile nottata! esclamò d'un tratto Loris.
A questa allusione Olga arrossì nell'ombra.
— Vi è piaciuto il teatro?
Ma la conversazione non potè legarsi. Olga rispondeva a monosillabi, intirizzita dal freddo, sentendosi lontana da lui come prima di entrare in teatro, nella solitudine del loro appartamento. Loris tornò ad aprire la finestra.
— Non nevicherà per qualche giorno. Guardate, quando il cielo è di questo colore, la neve è ancora lontana. Ho imparato questo, nella mia vita di pellegrino, da uno Strannik.
Per vincere il freddo dei piedi, Loris si pose a passeggiare per la sala; la sua ombra spariva e ricompariva, passando dinanzi alla finestra. Non aveva più fretta; nullameno bisognava finire. Toccò ad Olga, come donna, mandare giù per la doccia il filo, senza che s'ingarbugliasse, e ritirarnelo per saggiare come scorresse, prima di stenderlo sotto i ramponcini del tappeto. Il filo sufficientemente elastico non presentava difficoltà, così che Loris si convinse di poterlo al momento opportuno allungare sotto la neve, abbastanza rapidamente, da non destare sospetti. Quindi Olga dovette sdraiarsi sul tappeto, mentre Loris le teneva sopra le pelliccie per nascondere il lume della lanterna alle altre finestre; la difficoltà di traversare il corridoio davanti al palco fu lievissima. Olga non ebbe che da addoppiare il filo, attorcigliandolo perchè stesse più stecchito, e una volta nel palco girare il muro e riattaccarlo al capo, che scendeva nell'angolo, dietro il piede del divano. Loris fece colle pinze la congiuntura.
Non restava più che spolverare il tappeto della sala, presso il buco, e tappare questo col mastice; era d'uopo attendere il giorno.
Ora potevano dormire. Loris si strinse nella pelliccia, sdraiandosi sopra un divano. Era ancora tutto madido di sudore. Rialzò il bavero, si raggomitolò per ritirare i piedi dentro la pelliccia e, dopo essersi rivoltato due o tre volte per cercare la positura più comoda:
— Dormiamo, disse ad Olga.
Ma egli stesso stentò ad addormentarsi. Una gioia gli agitava l'anima, in quella prima calma, dopo l'immane opera compita. Si sentiva sublime ed orribile. La sua ragione, anchilosatasi nel sistema rivoluzionario entro al quale viveva da tanti anni, non vedeva più in quell'eccidio che una combinazione di guerra. Egli, generale incognito, v'era bastato da solo. Annibale sulle Alpi cercando coll'occhio Roma lontana, Moltke rileggendo nel silenzio del proprio gabinetto il disegno della guerra contro il secondo impero napoleonico, dovevano aver provato la sua stessa emozione di quel momento; almeno egli lo pensava. Quindi un fluttuare d'immagini gli intorbidò la mente fra un rombo di scoppio, che lanciava per aria quel teatro, mentre tutta la città urlava di paura, e per la Russia, oltre la Russia, tutti i popoli sollevati dall'enorme notizia domandavano chi fosse stato! Lo Czar era morto, morta l'aristocrazia.... Egli solo, padrone del segreto, si avanzava laggiù dalla steppa, alla testa di una moltitudine di mugiks montati su magri cavalli, non parlando loro se non per uno di quegli ordini brevi, che mutano la fisonomia degli uomini e delle cose.