Lasciò Loris sforzarsi invano a dormire, sorvegliandolo con una tenerezza di madre. Era suo, quel divano minato sarebbe il loro letto di nozze.

Tutto il mattino passò così; non si parlavano, ma non uno dei loro moti poteva loro reciprocamente sfuggire. S'intendevano silenziosamente, stringendosi in una lotta, nella quale Olga invocava la morte come un trionfo, e Loris resisteva sempre più debolmente. Nel teatro, sommerso dal medesimo crepuscolo, i loro occhi si abituavano a discernere molti particolari; non sentivano più così vivamente il freddo, la fame stessa diminuiva gli spasimi delle contrazioni allo stomaco. Solo un bruciore di sete, insistente, crescente, toglieva loro d'obliare la catastrofe.

Nè l'uno nè l'altra potevano parlare; quegli che lo facesse prima si sarebbe arreso all'altro.

E in quella sorveglianza appassionata, nella quale il tempo passava rapidamente, Olga si sentiva crescere di amore e di potenza. Le sue fibre di donna palpitavano, il sangue le correva più caldo al cuore, il rossore delle ore più sensuali della sua giovinezza cogli studenti tornava a colorarle le gote. Le pareva già di essere sotto una coltrice, stirandosi voluttuosamente.

Loris scese precipitosamente dal divano, uscì dal palco.

— Tornerai... ella mormorò nel pensiero pigliando quella subita fuga per un'ultima resistenza.

Dopo cinque minuti Loris rientrò:

— Hanno già acceso i caloriferi.

Olga non potè rispondere.

La sera, sulle otto e mezzo quasi, uscirono inavvertiti fra la folla, che entrava. Lemm li aspettava dinanzi alla porta del teatro.