In quel momento suonò il campanello della porta: Andrea Petrovitch e Ogareff si slanciarono contemporaneamente fuori della stanza, tutti gli altri ammutolirono. Kepskj e Lemm si misero le mani in tasca, forse tastando un'arma.
— Tanto meglio se fosse la polizia! mormorò Fedor.
Si udivano dall'altra stanza le voci di Andrea Petrovich e del dwornik: poi scesero tutti, Ogareff e Pietro il mugik lasciando l'uscio aperto. Che cosa era? Slotkin, appoggiato alla scrivania, stese la mano verso gli scuri della finestra per aprirne uno e spiare sulla strada, ma si rattenne. Quell'attesa di appena un minuto diventava insopportabile.
— Suona, sussurrò con voce strozzata a Kepskj, indicandogli il violino sulla cassa del pianoforte.
Questi scrollò le spalle come giudicando inutile l'espediente, ma nullameno si alzò; la sua mano girando la chiavetta nella piccola serratura, della quale la piastrina intagliata d'ottone spiccava sul nero della cassa come un gioiello, tremava. Molte voci salivano.
Kepskj s'affrettò. Le prime note furono tremule, le voci arrivavano già all'uscio. Allora Kepskj pallidissimo si avvicinò al tavolo e, atteggiandosi a vero suonatore, attaccò vigorosamente l'aria del gran duetto d'amore nel terzo atto del Faust, mentre gli altri gli si stringevano attorno. Olga Petrovna, quasi obliata in quel momento, ma più indifferente di tutti, si accomodava un riccio sulla fronte.
— Aspetta dunque, Kepskj, gridò Andrea Petrovich dal pianerottolo: finalmente è arrivato Kriloff col violoncello.
Kepskj abbassò il violino senza che alcuno rispondesse: s'intese il rumore di una gran cassa che sbatteva nell'uscio entrando, poi la voce del dwornik che salutava Ogareff fra un rumore di passi, e finalmente l'uscio si chiuse. Il mugik entrò colla grande cassa del violoncello sulla schiena; dietro di lui, a gruppo, tornarono Ogareff, Andrea Petrovich, Leo Kriloff e un altro.
Slotkin fu il primo a gridare:
— Tu Loris! e si slanciò per abbracciarlo.