— Perchè non salite meco?
— Avrò l'onore di aspettarvi a casa mia sulle cinque, rispose l'altro inchinandosi.
Alle cinque Ogareff, in marsina e cravatta bianca, era nel salotto di Loris, che lo ricevette egualmente vestito.
— Avete fatto benissimo a vestirvi così. Il nostro pranzo al Caffè Inglese non potrà essere sospettato.
Ogareff si inchinò freddamente aspettandosi quasi un rimprovero per non avere assistito alla impiccagione del povero Rodion, ma s'ingannò.
— Ho dovuto affrettare l'ora del pranzo per un convegno importante, che potrò forse comunicarvi domani. Troveremo Kriloff per strada; vi ho fatto venir qui perchè è bene che il dwornik vi conosca. Io stesso verrò ad una cena, che voi darete ad alcuni amici del vostro club: così li conosceremo ed avremo relazioni sicure nel campo avversario. La vostra tattica di non ravvisare altrove gli amici, coi quali vi trovai da Andrea Petrovich, non è assolutamente buona, quantunque la vostra posizione sociale vi proibisca apparentemente simili relazioni. Però stamane avete ricevuto Olga Petrovna. È donna, e si crederà ad un capriccio di libertino: nullameno ella è già sospetta alla polizia; dovrete in seguito modificare le vostre relazioni.
— Come lo sapete?
— Lo so. Ora possiamo uscire: permettete che vada a mettermi la pelliccia.
Il conte Ogareff, rimasto solo, si girò gli occhi intorno esaminando. Il salotto aveva quel lusso volgare ed impersonale degli appartamenti, che si affittano; sullo scrittoio nero, senza libri, entro una sottile cornice di metallo bianco s'alzava un ritratto. Ogareff ebbe la curiosità di guardarlo. Era una litografia di un uomo, che sorgeva in piedi come per rispondere ad un interlocutore invisibile: un lembo di tavola gli arrivava al petto prolungandosi oltre la cornice assurdamente.
Loris rientrando lo sorprese intento in quel ritratto.