— Vi piace?

— Francamente, no: pare una faccia di assassino.

— Infatti è il più illustre assassino della storia, Giuda Iscariota. Un amico mio, a Parigi, ebbe l'idea di staccare la sua figura dalla cena degli Apostoli di Leonardo da Vinci. Guardate, seguitò togliendogli di mano il ritratto ed appressandosi al lume: Leonardo racconta d'aver girato lungo tempo pei vicoli di Milano cercando fra la plebe più abbietta il tipo di Giuda. Evidentemente dalle sue parole traspare l'intenzione d'ingiuriarlo, ma il genio del pittore ha invece trionfato della piccineria del cattolico. Osservate quanta durezza sulla faccia di questo uomo, che ha dovuto resistere alle illusioni di tutte le speranze umane e divine per vendere Cristo a trenta denari, annullando per sempre col ridicolo del prezzo il valore del nuovo Dio. Era impossibile rispondere più superbamente alla promessa di un paradiso, che ingannava i poveri lasciando sulla terra tutti i privilegi ai ricchi. Giuda ha saputo uccidere Cristo, il cristianesimo non è riuscito ad inventare una pena adeguata al deicida.

Quando uscirono tutti i fanali erano già accesi: nelle vie passava gran gente. Kriloff, che li aspettava, finse di imbattersi in loro ad una cantonata; era egli pure in marsina e pelliccia. I tre giovani allungarono il passo, e furono presto al Caffè Inglese già affollato dei soliti avventori; traversarono due grandi sale, dietro un cameriere che li condusse in uno dei molti gabinetti, ove non era posto che per due o tre tavole.

Il servizio era elegante, il cameriere parlava correttamente francese.

Sul principio i tre giovani rimasero soli.

Kriloff sembrava preoccupato, Ogareff diventava ogni tanto pensoso, solamente Loris conservava la propria fredda tranquillità. A mezzo il pranzo, un signore alto entrò nel loro gabinetto per farsi servire: aveva l'aspetto contegnoso di un funzionario, con due lunghe fedine rosse, la fronte un po' calva, gli occhi bianchi e gelidi; gettò uno sguardo sui tre giovani fissando per un momento Loris. Questi ebbe un sussulto impercettibile, che forse non sfuggì all'altro. Infatti, scegliendo il tavolo, andò a porsi di fronte a Loris in modo da poterlo guardare senza farne le viste.

La conversazione per un momento fu sospesa, ma Loris senza cangiare il tono della voce si mise a parlare del povero Rodion: lo sconosciuto involontariamente drizzò il volto ascoltando. Kriloff gettò a Loris di sottecchi uno sguardo imprudentemente meravigliato; Ogareff anche più imprudentemente esaminò lo sconosciuto. Era più di quanto bastava a Pietroburgo per destare sospetti.

Loris affettando molta dottrina parlò della nuova scuola criminale positivista, citò un autore italiano, raccontò di avere assistito ad altre esecuzioni capitali a Parigi e di essere andato nel mattino a quella di Rodion per farsi un'idea del sistema e del carattere russo. Ne era rimasto contento. Non vi era gran folla: evidentemente il popolo non osava assistere a tali spettacoli per timore della polizia, che riempiva tutte le strade e il campo; così era impossibile formarsi un concetto esatto delle impressioni del popolo a queste scene tanto ripetute di supplizio politico.

Loris parlava adagio, con voce limpida e tagliente. La sua faccia, quasi femminea, aveva una serietà aristocratica, dalla quale non trapelava alcuna passione: qualche volta alzava la mano in un gesto compassato.