— Avvicinatevi, disse loro una voce, mentre un uomo con una maschera nera sul volto, respingendo l'uscio, si scartava per lasciarli passare.

La stanza era nuda, imbiancata colla calce: non aveva in fondo che un largo tavolo rettangolare, al quale sedevano quattro uomini vestiti borghesemente, con una maschera nera sul viso; una sedia era vuota e doveva appartenere a colui, che era venuto ad aprire la porta.

Loris entrò il primo, a testa alta, fissando coloro che lo aspettavano seduti; altre due sedie stavano dinanzi alla tavola.

Quegli, che li aveva introdotti, ritornò al proprio posto lasciando l'uscio aperto, e con un gesto invitò i due giovani a sedere.

Nessuno aveva ancora parlato.

Loris sollevando gli occhi al di sopra di colui, che sedendo nel mezzo aveva l'aria di presiedere il comitato, vide il ritratto di Alessandro II, e un'impercettibile sorriso sfiorò le sue labbra a quella vanità, che aveva inspirato al comitato la bizzarra idea di sospendere il ritratto della loro vittima nella sala segreta delle sedute.

Tre di quei cinque membri avevano la fronte calva, coi capelli brizzolati; uno aveva una folta capigliatura di un biondo castano, l'altro i capelli neri, radi e pettinati piattamente sulla fronte. Evidentemente il loro travestimento non andava più in là della maschera.

Il silenzio si prolungava.

Loris seduto correttamente come nel salotto di una signora lasciava errare uno sguardo sicuro sui cinque sconosciuti attendendo: Kriloff invece si muoveva sulla scranna come incerto di alzarsi per parlare, e la sua nervosità si rivelava al modo, col quale tormentava inconsapevolmente il proprio gibus.

— Che cosa chiedete? gli si volse infine quegli, che pareva il presidente.