Improvvisamente colto da un senso di vergogna depose il pugnale sul tavolo come a sfida, così che il primo entrando dovesse per forza vederlo e provare la tentazione di esaminarlo: quindi si gettò sul divano. Era stanco, si sentiva la testa pesante. Gli parve che la camera fosse fredda malgrado la stufa piena di carbone, che bruciava nell'angolo presso la finestra; la candela agitava sulle pareti subite masse d'ombra, che dileguavano nel vuoto. Ascoltò il silenzio, tese l'orecchio per le vie di Pietroburgo, ancora ignara della sua presenza, ma che si sarebbe presto sottomessa alla sua volontà.
La città immensa sonnecchiava sotto quel leggero velo di neve, nel caldo delle proprie stanze affollate di gente immemore di sè stessa a quell'ora. La notte isola gl'individui nel sonno: la società non esiste più mentre ognuno rientra nel proprio mondo. Egli stesso ricominciava il solito sogno di rivoluzione e di vittoria. Tornato dopo quattro anni a Pietroburgo per accendervi la guerra, in quella notte aveva già atterrato una sentinella nemica, e tenuto il primo consiglio collo stato maggiore dei propri alleati. Naturalmente era riuscito ad una scissura con una affermazione però anche più grande. Egli, solo, senza autorità di precedenti, colle uniche forze dell'ingegno e della volontà, aveva potuto ottenere un abboccamento da quel terribile Comitato esecutivo, contro il quale da tanti anni falliva tutta la potenza dello Czar. Chi erano quei cinque mascherati, di cui la sola presenza sospettata sarebbe bastata a sconvolgere istantaneamente tutti gli uffici della Terza Sezione, la grande guardia politica dell'impero? Riandava sottilmente tutta la scena trovando strano egli stesso di essere stato ricevuto. Certo il Comitato aveva sul conto suo informazioni anche più rassicuranti di quelle che Kriloff aveva potuto fornire. Pensò al colonnello Lavrof, che gli aveva testimoniato a Zurigo una fuggevole amicizia, a Plachenov il celebre critico della rivoluzione francese, emigrato anch'egli a Ginevra, ad Eliseo Reclus il grande geografo, a Krapotkine il principe esiliato, a tutti gl'illustri nichilisti conosciuti all'estero, coi quali aveva sempre trattato alteramente; pensò agli antichi compagni d'università, cui si era mostrato sempre nella infrangibile unità del proprio sistema rivoluzionario, pensò all'immenso potere, al portentoso servizio d'informazioni, di cui il Comitato doveva essere provvisto nella sua lotta titanica contro lo czarismo, e non pertanto la facile prontezza di quel colloquio gli rimaneva inesplicabile. Nessuna difficoltà, nessuna goffagine teatrale: le piccole maschere di quei cinque non erano nemmeno abbastanza grandi per coprire loro tutto il volto; ad uno aveva notato le fedine grigie, di un altro ricordava una fine cicatrice bianca sulla fronte, di un terzo aveva osservato la forma troppo allungata del cranio. Nessuno di loro portava guanti.
Si fidavano dunque di lui? Sapevano già del suo disegno? Avevano valutato l'energia del suo carattere incapace di tradire in qualunque più tragica circostanza? Subitamente questa loro superiorità lo avvilì. Aveva creduto far pompa di molto ingegno presentandosi solo e come alleato, mentre invece sapevano già tutto, e lo avevano ricevuto.... perchè? Perchè? se conoscendo le sue idee le disprezzavano? Era da parte loro una superbia maggiore, o una lunga esperienza li aveva finalmente persuasi di mutare la lotta di setta in guerra di partito? Le ultime parole del presidente gli sferzavano ancora le orecchie come una corda di hnut. «Voi non siete che un mezzo letterato, uno di quei tanti artisti costretti di creare a sè medesimi la parte di un personaggio, che non sanno obbiettivare nell'arte.» Perchè chiedere quel colloquio? Egli pure aveva fatto dell'accademia drappeggiandosi nelle frasi; per uno scatto della vanità ferita aveva persino confessato di aver barato al giuoco, attirandosi da quel vecchio un freddo rabbuffo.
In queste meditazioni Loris diventava sempre più scontento di sè accorgendosi di non conoscere ancora abbastanza gli uomini per saperli maneggiare. Per un generale e per un uomo di stato non vi poteva essere difetto maggiore; la sua era dialettica di libro, visione di sistema, abilità scenica, che si perdeva nell'ammirazione dei propri effetti.
Non potè star sdraiato: si alzò, passeggiò nervosamente per la stanza. Era solo, non aveva nessuno al mondo. Dopo un quarto d'ora si trovò appoggiato ai vetri della finestra, guardando giù nella strada senza vederla. Gli era sembrato di essere in una solitudine senza confine e senza forma, solo colla propria idea, come un naufrago aggrappato ad una tavola sul mare inerte e sotto il cielo vuoto. Pensò ai grandi abbandonati, a Cristo sul Golgota, a Prometeo sul Caucaso, a Napoleone a Sant'Elena, a coloro periti sconosciuti nei deserti del pensiero e ritrovati poi dalla critica tanti secoli dopo; ai viaggiatori morti ignorati dalla patria, che avevano abbandonato e dai popoli che avevano scoperto; pensò alla morte di Bazaroff, improvvisa, accidentale, assurda, e alla sprezzante, quasi muta, protesta del suo spirito dinanzi ad essa: pensò all'isolamento di Raskolnikoff in Siberia, e al suo rammollimento d'amore per Sonia, la nuova Maddalena; idillio grottesco spuntato da un ignobile dramma come un fungo da un corpo fradicio. Si sentiva solo, dimenticato, dimentico egli pure. Per lottare bisognava essere fuso con altri, perchè solamente così si poteva dominare la loro volontà. Egli invece era vissuto sempre solo, non si era mosso, non aveva agito che nel proprio pensiero.
Una smania gli esasperava tutti i muscoli: avrebbe gridato per riempire colla propria voce quella camera, della quale il silenzio era senza misura. Ah! Almeno aveva ucciso quella spia: era un fatto, lo aveva ucciso tosto, bene, senza che nessuno lo sapesse ancora, e nessuno potesse mai saperlo. Ma così ricadeva nel difetto della vecchia scuola nichilista. Invece bisognava uccidere all'aperto, colla rivolta, fuggire magari, ma per ripresentarsi domani perchè tutto il mondo lo sapesse e potesse interessarsene. Solo in tal modo si compiono le rivoluzioni; il resto era letteratura, quella letteratura, che il presidente gli aveva rinfacciato, e per la quale sentiva da tanti anni un odio pieno di disprezzo.
Però la sua volontà si ostinava. Dalla vita passata gli tornava nella coscienza un orgoglio caldo perchè il suo pensiero appena divenuto abbastanza forte per ripiegarsi sopra sè medesimo aveva giurato guerra mortale alla società. Di questo sentimento e di questa idea era vissuto sino allora. L'abitudine di decomporre uomini ed avvenimenti gli rendeva ora più facile l'esame di quel colloquio col Comitato Esecutivo. Se lo avevano ricevuto da pari a pari, credevano dunque alla sua potenzialità se non alla sua potenza, altrimenti perchè lo avrebbero ricevuto? Loris si ricordava l'involontario rispetto e la prudente riserva, che aveva sempre ispirato a quanti aveva conosciuto. Nessuno lo aveva mai preso per un giovane come gli altri, ebbro della giovinezza della vita. Era vissuto solitario come il Mady, l'ultimo profeta maomettano d'Africa, preparandosi nel deserto a domare la società con un'idea. Inconsciamente i giovani lo avevano sempre accettato per capo, quantunque non dividesse alcuna delle loro passioni; le donne invece lo guardavano curiosamente evitandolo. Sebbene bello, non era mai stato simpatico, e il suo orgoglio se ne compiaceva.
Loris non amava abbastanza la vita per amare l'amore, che moltiplica i bambini senza un pensiero di quanto dovranno soffrire in una società, ove i pochi posti buoni sono già presi. Egli era vissuto altrove, più alto. Gli uomini gl'ispiravano un disprezzo inesauribile, giacchè per vivere si rassegnavano a tutte le bassezze divertendosi quasi egualmente in ogni condizione. A questi uomini egli era apparso sempre come un essere diverso, mentre i pochi, che l'avevano seguito qualche tempo collo spirito, si erano convinti anche maggiormente della sua eccezionalità. Da questo egli deduceva la propria predestinazione poichè, come tutti coloro che vivono di una sola idea, era arrivato a fondervi tutta la vita.
Ora lo scisma coi capi nichilisti lo rendeva capo al pari di loro; un qualunque atto di rivolta li avrebbe costretti a sottomettersi nelle file del suo nuovo partito. Quel primo gruppo di studenti, ritrovato a Pietroburgo era di buon augurio.
Slotkin e Kriloff, antichi compagni d'università, si erano mantenuti pari alle promesse politiche di allora; quella piccola assemblea in casa di Andrea Petrovich, raccolta a discutere sul come salvare Rodion abbandonato dal Comitato Esecutivo, sarebbe il primo nocciuolo della rivoluzione: nessuno di essi credeva più al vecchio nichilismo, pure ostinandosi nella necessità della lotta contro lo Czar. Era bastato a Loris presentarsi in mezzo a loro per dominarli; con essi ne troverebbe altri per iniziare presto una campagna. Agire, agire sempre, magari male, ma agire.