Loris passeggiò a lungo per la stanza: il suo volto era tornato rigido nell'imperiosità del comando, così che passando dinanzi allo specchio si ammirò.

Poi si gettò sul divano.

Poco dopo dormiva. La candela ardeva sul tavolo presso l'astuccio nero del pugnaletto, dal quale l'oscillazione della fiamma traeva ogni tanto qualche bagliore.

La mattina si svegliò calmo: uscì presto ed entrò in un caffè per leggere nei giornali il racconto del cadavere trovato in quella strada. Con sua grande meraviglia i giornali non ne parlavano. La polizia era dunque abbastanza abile per tacere l'accaduto, cercando di venirne così a capo più facilmente. L'aspetto mattinale della città lo impressionò vivamente: tutti i negozi si aprivano, la gente scendeva nelle strade frettolosa, ognuno preoccupato del proprio problema segreto; pochi fiaccheri giravano, mentre un vento tiepido fondeva la poca neve mutandola in fanghiglia. La città non aveva ancora la propria fisonomia di lusso, persino la vigilanza delle guardie vi sembrava rilassata. Loris ne esaminò parecchie: girellavano oziando, come incaricate di facilitare il viavai della gente, che si disponeva a lavorare allegramente; si vedevano pochi poveri e meno accattoni. L'immenso dolore russo, che egli sentiva nell'animo, non sembrava noto ad alcuno. La vita ricominciava colla solita tranquilla operosità.

Gli avvenimenti della notte gli ritornarono alla mente, quasi inintelligibili. Dove era la rivoluzione? Con chi fare una rivoluzione? Si vide dinanzi la giornata vuota; era senza impiego, senza parenti, senza amici. Gli mancava l'occupazione quotidiana, l'esercizio normale dell'esistenza. Tornò a casa, ma non seppe rimanervi: quindi andò in cerca di Kriloff; questi, gli disse il dwornik, era uscito.

Allora prese un fiacre, ripassò per la strada, ove aveva ucciso quella spia, nell'altra, ove era la casa misteriosa del Comitato; percorse due o tre volte l'immenso stradone lungo la Newa. Il fiume era torbido ma calmo, pieno di barche, brulicante di uomini che lavoravano. Le finestre e i balconi signorili si schiudevano; la giornata sarebbe splendida, col sole scintillante.

Si fece condurre al porto: v'erano molti legni da guerra, enormi, onnipotenti.

Il malessere gli cresceva. Discese per stancarsi a piedi, poi credendo di aver fame, malgrado l'eleganza dei propri abiti entrò in una bettola per far colazione. Molti popolani vi bevevano dell'acquavite e mangiavano del pesce. La vista di un signore li mise in curiosità, fors'anco in sospetto. Dovette uscire dopo avere inghiottito un bicchiere di pessimo kvass. Egli non sapeva dunque affratellarsi col popolo? Questo pensiero lo ferì richiamandogli alla memoria le ultime terribili parole del presidente.

Poi s'imbattè in Lemm. Il piccolo ebreo era sempre così mal vestito, annegato entro la giacca troppo larga, dalla quale il suo viso da faina sorgeva con sinistra comicità. Camminava così frettolosamente che Loris non osò fermarlo.

Dovette ritornar solo a casa per attendervi Kriloff e Ogareff.