— L'onore convenzionale del gentiluomo vi toglie di comprendere questa suprema necessità del furto; eppure la società, che noi vogliamo rovesciare, non ha altra base.
— Ve lo accordo: non parliamone più, aggiunse con sorriso simpatico. Mi perdonerete la mia debolezza, ne abbiamo tutti.
Proseguirono a discutere.
Il disegno di Loris era di un'abbagliante semplicità. I contadini russi sono da cinquantaquattro milioni sopra una popolazione di cento, ma in quest'ultima cifra sono comprese tutte le nazionalità non russe, che compongono l'impero: la popolazione russa è dunque agricola per tre quarti. Le città sono scarse, ad immense distanze, con pochissima vita industriale e meno importanza civile: mancano le classi medie. Il mugik e lo Czar, il mir e l'autocrazia, ecco la Russia. Sino a ieri tutti i nichilisti avevano agito nel nome e collo spirito della nuova borghesia, educata all'università, per ribellarsi contro la burocrazia dell'impero; se il programma nichilista era tutto pieno di idee socialistiche, la sua passione segreta ed inconfessabile era la bramosia del potere nell'impero, altrimenti il nichilismo non avrebbe fatto falsa strada. Il vero nemico non era dunque lo Czar, emblema religioso e politico assolutamente vuoto, dentro il quale comandava l'antica aristocrazia dei Boiari e quella nuova dello tckin. Poichè la necessità delle riforme si era così rivelata ad Alessandro II, il migliore di tutti gli Czar, da persuadergli colla emancipazione dei servi l'istituto dei giurati e molti altri tentativi di riorganizzazione dei comuni e delle provincie, bisognava spingere la sua opera agli ultimi confini della logica rendendo ai contadini le terre rimaste dei signori, abrogando il riscatto dovuto a questi e compiendo con un atto solo l'emancipazione, che non sarebbe ultimata se non nella seconda metà del secolo venturo. Invece di attaccare lo Czar, nella fede del quale l'anima dei mugiks era incrollabile, si doveva dipingerlo come vittima dell'aristocrazia per scatenare contro di essa l'odio della plebe: anzitutto giovarsi dei mir suggerendo loro di non pagare le quote di riscatto per le terre ricevute, e persuadendo ai contadini delle altre di cedere ai mir i ricolti dei padroni. Questi per esigere le rendite scenderebbero a tutte le angherie, ma i poveri sarebbero allora anche più vessati e più facilmente insorgerebbero. In ogni comune l'unico letterato era lo scrivano, il pisar, sempre uno spostato e quindi un rivoluzionario, succeduto nell'importanza all'antico signore: il pope, non mai ben trattato dall'aristocrazia, per lo stesso sentimento di odio e di avarizia sarebbe colla rivoluzione. Quindi servirsi di tutte le rivalità nazionali aiutando qualunque moto d'indipendenza, non pubblicare nè programmi nè proclami socialisti, agire sui maggiori punti possibili, con tutti i mezzi, sotto ogni nome. Le prime armi sarebbero da caccia, poi l'Inghilterra ne fornirebbe altre. Che il gallo rosso dell'incendio, come lo chiamano i mugiks, si alzasse svolazzando su tutti i castelli dei signori, e le campagne diverrebbero presto libere; impossibile al governo difendere la scarsa aristocrazia disseminata a grandi distanze, mentre tutto lo sforzo della polizia si condenserebbe alla capitale per salvaguardare lo Czar dai nichilisti. Laonde bisognava lasciare costoro alla vanità dei loro attentati, mentre si purgherebbero le campagne dai signori. Appena i mugiks credessero alla possibilità d'impossessarsi delle altre terre, la rivoluzione diverrebbe irresistibile. Il solo proclama necessario era un falso uchase dello Czar, che cedesse loro il resto dei terreni: molti credevano già ingenuamente che lo Czar lo avesse spedito ai governatori, ma che questi nel proprio interesse lo tenessero segreto. Bisognava insorgere al grido di viva il mir e lo Czar: patriziato e borghesia, presi fra due fuochi, non saprebbero resistere. I reggimenti, composti di mugiks e comandati da una uffizialità di signori, non sarebbero efficaci nella repressione: basterebbe l'esempio di un battaglione, che uccidesse il proprio colonnello, per rendere pensosi tutti gli altri.
Il volto di Loris era diventato livido.
— Ci batteremo per bande: è facile; le campagne sono piene di vagabondi e di ladri, che aspettano un segnale. Essi cominceranno l'incendio dei castelli; i contadini sulle prime non oserebbero, ma, scomparso il padrone, disubbidiranno subito all'intendente, che si associerà loro per dipingere al signore come impossibile ogni ritorno. Tutti i popoli simpatizzarono sempre coi masnadieri: bastò a questi avere qualche volta preso la difesa di un povero per accapararsi tutte le simpatie e diventare leggendari. Quando tutte le terre apparteranno ai mir, il comunismo in Russia avrà trionfato: quindi cogli artel, queste vecchie confraternite di arti e di mestieri, applicheremo il collettivismo. Lasciate all'Occidente, disceso da altre civiltà, studiare un'altra riforma e un altro socialismo. Il nemico è nelle alte classi; bisogna usare verso di esse come gl'inglesi trattano ancora gl'indigeni d'America. Se gli storici borghesi vantano oggi il modo col quale Ivano il Terribile trattò i Boiari, i futuri storici popolani esalteranno la maniera colla quale noi avremo soppresso i borghesi. Sarà una guerra fratricida come quella che Cristo annunziò senza ardire di accenderle, e che Giuda avrebbe voluto. Giuda, ecco il nostro eroe, il traditore di Dio. Bisogna svestirsi di ogni scrupolo; non vi è più nè furto nè assassinio contro il nemico. Ah l'onore del gentiluomo e del soldato! Ammazzare un signore, che schiaccia un villaggio, è assassinio, mentre distruggere un popolo è eroismo....
— Bisognerà dunque rubare ed assassinare? esclamò Ogareff.
— La rivoluzione è inesorabile. Da principio ci divideremo: i più abili fra noi si spargeranno fra i comuni per sobillare i contadini; i più coraggiosi raccozzeranno le bande. Tutti i nemici della società attuale saranno i nostri amici. Ogni mugik possiede un cavallo ed un fucile, ecco una cavalleria pronta a riunirsi e a disperdersi; abbiamo la steppa e la foresta, due immensità: la neve è per noi contro i soldati, l'inverno dura tre quarti dell'anno. Avventare il popolo sulle alte classi, ubbriacarlo, avvelenarlo perchè si vendichi e distrugga, ecco tutto. Accettate Dio e lo Czar, tutte le maschere divine ed umane, rispettate tutte le superstizioni, di cui il popolo ha bisogno per credere di aver ragione. L'assurdo è sempre stato il processo della storia.
Una collera demente dava al suo sguardo verde una fissazione spaventosa, mentre agli angoli della bocca sottile due rughe profonde gli disegnavano un sogghigno marmoreo di sfinge. Ogareff e Kriloff lo guardavano stupiti meno ancora per le formule selvaggie della sua rivoluzione, oramai volgari nei discorsi e nei libri, che per l'accento col quale dava ad esse la verità di un fatto già compiuto. Il poeta Fedor non aveva che la fantasia dell'odio, Loris ne era più che la passione.
— Uccidere uno Czar! Non hanno ancora compreso che ogni signore è Czar.