Quindi si divisero per andare entrambi alla ricerca degli amici, ma l'impressione di quel colloquio cresceva in loro. Come tutti i giovani abituati a galvanizzarsi colla rettorica, provavano ora un malessere improvviso al contatto di quella realtà, sulla quale si erano divertiti a disegnare tante forme fantastiche. Loris era la logica nuda e gelida del loro sistema rivoluzionario, ma una logica viva che accettava tutte le conseguenze: rubare ed assassinare i signori, come questi da secoli rubavano ed assassinavano il popolo. O colla rivoluzione o contro di essa: nessun mezzo termine possibile, nessuna verità in un mezzo termine. Il loro orgoglio recalcitrava davanti alla rivelazione di questa necessità, mentre andando in traccia degli amici per convocarli capivano di compiere un atto ben più importante dell'ultima volta, quando si erano riuniti per aiutare Rodion colla convinzione anticipata che sarebbe stato impossibile.
Loris era rimasto nella propria camera. Il suo spirito, più vivamente illuminato dai lampi delle proprie visioni, aveva già letto nella coscienza dei giovani la risoluzione di ritirarsi dall'impresa: il resto del loro gruppo non sarebbe certamente diverso. Egli non ignorava la grande contraddizione del carattere russo, così prudente e positivo nell'opera come temerario ed assoluto nel pensiero, giacchè senza di essa gli sarebbe stato impossibile comprendere l'importanza e al tempo stesso l'inanità del moto nichilista.
Uno scoramento freddo e buio lo invadeva. Il suo ritorno a Pietroburgo non approderebbe quindi a nulla; lo giudicherebbero un pazzo, fors'anco un fanfarone, per giustificare a sè medesimi la vigliaccheria di non volerlo seguire. Allora si rimise a studiare la rivoluzione. Era il suo grande rimedio quando i dubbi lo assalivano, ma tale analisi rapida e minuta di tutte le necessità della guerra e di tutte le previsioni, che il suo ingegno aveva saputo accumulare contro i casi contrari, non bastò a rendergli la fede limpida di altre volte. Pensò di schizzare in alcune norme il profilo della società, che proporrebbe nella riunione di quei giovani, poi la ripugnanza per tutte le vecchie forme settarie glielo impedì. Si spiegherebbe meglio a voce; quando si opera davvero, non è possibile intendersi che parlando. Ma l'angoscia del dubbio gli scoppiava nuovamente nell'anima. Egli fare la rivoluzione da solo, in Russia, in un impero di oltre cento milioni, così vasto e remoto a sè stesso che molti villaggi vi ignoravano forse ancora l'uccisione di Alessandro II e non potrebbero comprenderla se non dopo chi sa quante generazioni!
Per resistere a questo flusso di pensieri si affrettò a mutar di abiti per la passeggiata. Siccome non aveva cameriere, suonò il campanello, che dava nell'appartamento della padrona, e andò ad aprire l'uscio sulla scala. Il suo piccolo quartiere non aveva altre comunicazioni coll'altro, ove abitava la numerosa famiglia della mercantessa, che glie lo aveva affittato.
Si presentò la solita giovinetta, piccola, tozza, dai capelli rossi e gli occhi così chiari che parevano di porcellana; Loris le ordinò di fare il the, e si pose a scrivere una lettera.
La ragazza contenta di poter stare nell'appartamento col bel forestiero, del quale parlava tutto il giorno colle figlie della padrona, dispose premurosamente sul tavolo la bottiglia del rhum presso il barattolo dello zucchero: prese due o tre pezzi di carbone dalla stufa accesa e versò l'acqua. Nella stanza la luce entrava allegramente. Ogni tanto ella si guardava nello specchio di contro accomodandosi i ricci ed impettendosi.
— Vuole che resti finchè il the sia fatto?
La sua voce era così dolce che Loris sollevò gli occhi dallo scrittoio e, dopo averla esaminata, le chiese di che paese fosse e da quanto tempo abitasse a Pietroburgo. La ragazza si era fatta istantaneamente triste.
— Sei disgraziata anche tu, piccola Marfa? Che fanno i tuoi?
Ella scosse il capo.