Appare l'Austria nel suo atteggiamento vero e fatale; ed anche dai sensi più ottusi fu sentita quell'atmosfera «di taciturna oppressione quale mai non erasi, nè fu più provata, tanto maggiore quanto non ricreata da verun lampo di speranza». Queste parole si tengano a mente perchè non sono di Giuseppe Mazzini: sono di Cesare Cantù!

Allora quel fiero e fanatico ministro della reazione dell'Austria, il Metternich, torcendo a peggiore e maligno senso tutta la storia della patria nostra, dirà: «Ma che nazione! l'Italia non è nazione. È espressione geografica!» E se non basta questo oltraggio dall'oriente, dall'occidente verrà altro oltraggio: «L'Italia è la terra dei morti».

Venitela a vedere come è poetica questa terra dei morti!... Briganti fra le ruine e monaci molti fra le tombe. Al sole qualche Graziella canta.... E gli inglesi taciturni e strani infatti vengono a contemplare e pregano che tale bello spettacolo non sia mai rimosso: ma un inglese, appunto, gettando una sua romantica face fra quelle cose di morte, gridò: Si agitano dei vivi in quel sepolcreto! Giorgio Byron. Ma vediamo, vediamo ciò più minutamente.

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Alfredo De Musset, nel principio delle sue «Confessioni di un figlio del secolo», descrive con impareggiabile pennello il senso di stanchezza e di smarrimento dei Francesi dopo quella disperata corsa dietro alla gloria e alla guerra. Si guardarono e si videro brutti di squallore e di sangue. E allora quei guerrieri ricordarono che oltre a Napoleone e alla gloria, avevano le culle e le tombe. Tale senso di stanchezza invase anche l'Italia, come quella nazione che più da presso aveva seguito le sorti francesi. Non c'è più sangue nelle vene da offrire a Napoleone? Non c'è più sangue, e molti videro in Blücher e in Wellington i nuovi Tesei che avevano liberato il mondo dal Minotauro, divoratore di giovani vite.

Se non che la Francia fu vinta soltanto, e l'Italia fu conquistata e trattata secondo il diritto della conquista.

Le grandi potenze d'Europa, coalizzate prima contro Napoleone, poi, dopo che egli fu vinto, strette in un'alleanza che fu detta Santa, imposero per re alla Francia, conforme al principio del «legittimismo», escogitato in quelle circostanze, Luigi XVIII, fratello di Luigi XVI, quel re che, a testimonianza di Samson, il carnefice, seppe morire da Re dopo essere vissuto poco bene, almeno come Re.

L'Italia, invece, fu tutta preda dell'Austria. Blandamente da prima e quasi amorevolmente, sì che molti si mossero incontro a lei. Ella ci ricordò il volto degli antichi amati sovrani e promise che ce li avrebbe ricondotti. A chi aveva imparato dalla Rivoluzione il principio di nazionalità richiamò astutamente, come dicemmo, le nostre antiche glorie e libertà comunali. A chi amava la pace, ricordò il lungo e pacifico governo di Maria Teresa. A chi odiava le novità democratiche, fece sapere che i Re grandi e gli Imperatori, stretti in una alleanza Santa, avrebbero rimesse le cose come prima. Seppe, insomma, abilmente trarre profitto di quel complesso di passioni politiche che si scatenano in ogni nazione dopo un grande sfacelo, ma che in Italia, per effetto dell'indole nostra e delle antiche dissensioni regionali, hanno maggior rigurgito e più confusa violenza. E se il Metternich non lesse il Machiavelli, dove è fatta la psicologia dei Fiorentini, ai quali per naturale disposizione «ogni stato rincresce, ed ogni accidente li divide», certo questa psicologia comprese e mirabilmente sfruttò.

Verso coloro poi che odiavano Napoleone, l'Austria aveva le maggiori benemerenze. Voi direte Lipsia, la tragica battaglia di tre giorni, voi direte Waterloo, voi direte gli eserciti imperiali risorgenti sempre dopo la sconfitta.

V'è di più: l'imperatore d'Austria gli ha infitto nel mezzo del petto una spada avvelenata: bene ha il petto di bronzo colui che vide impassibile i campi coperti dei morti: ma a tanto strazio non resisterà. La moglie sua, figlia dell'imperatore austriaco, Maria Luisa, sorride dall'incosciente volto di bambola, in Parma, odorosa di viole, ai cavalieri austriaci. Ma un più indomabile affetto aveva quel cuore di bronzo. Lo so, la storia ufficiale non ha tempo di registrare gli affetti privati dei protagonisti dei grandi drammi della vita. Ma questa ommissione è erronea. Un indomabile affetto: il figliuolo; per lui solo oramai il Minotauro folle conquistava il mondo. Al nepote dell'avvocato Carlo Bonaparte e dell'umile Letizia Ramolino egli aveva imposto il titolo trionfale di re di Roma. Di tutti i grevi emblemi dell'impero, lo aveva gravato, il bambinello! Mille canori poeti cantarono il suo nascimento. Ma noi non ricorderemo nè quei canti nè quei poeti. Ma ricorderemo che era là, su le rive della Moscova il giorno in cui mezzo milione d'uomini si preparavano a sgozzare altri uomini che un messo venne e che recava il ritratto del pargoletto sorreggente nella manina i mostruosi pesi del mondo e dello scettro.