Fastidire il vicino?

Ahimè, gli ammaestramenti in poesia e in filosofia persuadono poco; ed è mortificante il pensare che occorra la Rivoluzione e il tamburo della rossa «Marsigliese» per insegnar qualche cosa!

Dunque fu un gran bene la Rivoluzione francese? E di Napoleone lascieremo sempre l'«ardua sentenza» ai posteri? Bisognerà pur dire qualche cosa e dell'una e dell'altro, pur essendo persuaso di non piacere a nessuna categoria di lettori.

Noi nelle scuole, nei libri, nei discorsi, abbiamo imparato a considerare la Rivoluzione francese il più gran fatto del mondo; il sangue delle sue vittime ci parve una purificazione e, svanendo, divenne come una cornice purpurea intorno a un quadro di incomparabile potenza e le disperate grida noi non le abbiamo udite, perchè suonava così giocondamente, così terribilmente la «Marsigliese» che non si potevano udire! Le orride megere[3] attorno al palco della ghigliottina in Parigi ci parvero giuste come le Parche. Abbiamo imparato che Marat aveva nel cuore il dolore dei secoli. E come noi, tutti, che assistemmo da un posto più o meno distinto al dramma meraviglioso; e se qualche solitario osava criticare o zittire, noi non chiedemmo: Perchè disapprovate o zittite? ma dicemmo: Fuori!

Questo giudizio si è alquanto modificato da quando, per un bizzarro privilegio concesso a chi medita, siamo potuti entrare nel palcoscenico dove si svolse quel dramma. Ma di questa modificazione di giudizio è inutile parlare: esso è cosa più che altro soggettiva, mentre cosa obbiettiva è il fatto che la Rivoluzione di Francia è stata la generatrice della età nostra, nel bene e nel male, in ciò che si vuol conservare e in ciò che di lei si vuole distruggere o rinnovare. È evidente perciò che i figli la venerino come madre ed evitino di discuterla.

Intorno a Napoleone poi molte poesie italiane, francesi, tedesche abbiamo anche imparato a memoria fin dall'adolescenza, ed abbiamo osato spingere lo sguardo sino all'alto vertice del suo monumento, sperso nel cielo come una guglia alpina: se non che altri, obbligandoci ad accostarci a quel monumento, ha fatto osservare che di cadaveri sono le basi, di sangue e di lagrime il cemento. Vero! ed avremmo inorridito se subito non ci fosse venuto a mente che gli uomini elevano di solito i loro edifici con simile macabro materiale costruttivo.

Ce lo hanno anche rappresentato con Giulio Cesare, cavalcante cupamente per una via senza fine, lastricata di cadaveri allineati: meno impassibile di quei truci cavalcatori. Eppure, chi sa per qual malìa, noi non abbiamo potuto odiare. La nostra ragione non ha saputo vincere il nostro affetto. Sovente anzi l'affetto disse alla ragione: Guarda: una lagrima è impietrata nel suo ciglio!

Infatti l'Austria quando di soppiatto, negli anni 1814, 1815, penetrò in Italia, trasse partito non soltanto dell'odio degli Italiani verso Napoleone per il molto oro e il molto sangue che costui richiese in quel suo ultimo, folle, disperato opporsi contro al fato; ma blandamente, astutamente cercò di insinuarsi nell'animo degli Italiani coi ricordi dell'antico tempo, delle antiche glorie municipali, della nostra storia passata. Un generale, il Bellegarde, presenta gli Austriaci come i nostri liberatori, dichiara che era suonata «l'ora della nostra redenzione», ci chiama «alla difesa comune», ci parla «dei nostri legittimi diritti». Anche di «indipendenza» ci parlarono gli Austriaci, della felice Italia formata di tante piccole patrie, delle arti anche, del piacere di rivedere gli amati principi e dell'odiato Brenno sul Campidoglio: un curioso miscuglio di antico e di nuovo fecero sventolare davanti alle nostre passioni.

Era naturale. Napoleone non cadde per effetto di un solo colpo mortale, ma molti colpi mortali occorsero, come ad Orlando, affinchè fosse atterrato. Murat e Beauharnais, benchè avversi e avversati, pur si mantenevano con eserciti in Italia; d'Italia libera ed una parlò anzi il Murat con una voce che rimbomberà fra poco, ma che allora, fra il crollare dell'immane edificio napoleonico, non potè bene essere udita. Bisognava ricorrere ad ogni mezzo per atterrare il colosso e l'Austria ricorse sino a stimolare il nostro orgoglio di Italiani. Infine l'ultimo crollo avvenne, le macerie precipitarono, la tempesta delle passioni posarono come posa la polvere dopo che un edificio è caduto; e allora apparvero nettamente le cose: apparve l'Austria.

Come e che cosa l'Austria intendesse per indipendenza lo dicono, per esempio, queste parole dell'imperatore Francesco I, che accompagnano l'alta onorificenza al Metternich, repressore dei moti del '31: «Per aver tanto contribuito a mantenere l'indipendenza negli Stati italiani».