[79.] Più tardi egli chiamò quelle nozze ma sottise; ma non risulta che mai ne facesse rimprovero alla donna, così stranamente amata. Era Eugenia di Montijo di ammirabile bellezza e di non comune intelligenza. Vero è che tale donna intelligente e bellissima difficilmente poteva contribuire alla felicità del marito, perchè l'intelligenza di lei, più che meditante in profondo, era perspicace dei fatti vicini; nè ella d'altronde poteva sottrarre sè stessa al fascino ed alle leggi della sua bellezza. Era inoltre, l'Imperatrice Eugenia, ardita, orgogliosa, impulsiva e bigotta spagnolescamente ed oltre a ciò gelosa ed avara. Dopo ciò è lecito crederla buona, amorosa, fedele, come si legge in molti scritti. La madre di lei e la losca, esosa figura della cameriera Pepa, dànno al retroscena della vita delle Tuileries un carattere tale che sarebbe necessario conoscere per chi volesse formarsi delle cose un'idea non discosta dal vero. Vedi i citati libri del De Lano.

[80.] Dopo il tentativo di abbattere, nel '35, a Strasburgo, la monarchia di Luigi Filippo, Luigi Napoleone fu deportato, come è noto, in America, dove lo precedette l'Arese per amore e consiglio d'Ortensia onde lenire l'esiglio al figliuolo. Questo atto insigne di pietà e di amicizia sarà poi come un talismano per l'Arese verso l'Imperatore. Ma non importerà farne mostra!

È del 3 aprile '37 una pietosa lettera (Vedi Bonfadini, 109, 110) della Regina Ortensia da Arenenberg, al figlio lontano: «Mi si deve fare un'operazione assolutamente necessaria: se essa non riesce, io ti invio con questa lettera la mia benedizione». Nessun accenno a dolori sofferti per lui. Gli dà convegno nel mondo delle ombre; e lui solo rimpiange, il suo affetto, la sua tenerezza filiale, unico conforto fra tante sventure. «Tu penserai al mio affetto per te e tu avrai coraggio!» Gli infonde la fede nel mondo di là, dove si rivedranno; benedice anche «quel buon Arese come un altro suo figlio». Giunse Luigi Bonaparte poi a tempo di raccogliere col bacio ultimo l'anima materna. Visse nella deserta casa dove era morta la madre. Prepara l'altro tentativo, quello di Strasburgo del 1840, che gli aprirà le porte del carcere di Ham, ove rimase sei anni e da cui fuggì poi travestito da operaio. Di questi «vari colpi di stato» vedi il libro citato del Lebey, Les trois coups d'état, etc.

[81.] «Madama Letizia trascorreva a Roma i suoi giorni col cardinale Fesch. Ella non passava mai la soglia del suo palazzo se non in vettura chiusa. Tutti i giorni dal tocco alle tre, si faceva condurre nella campagna romana e là nella solitudine, dove tutto è morto, eccetto che la memoria del passato, camminava sola a piedi. Ella incontrava talvolta la carrozza di Pio VII. Il papa si fermava, salutava la madre di colui che aveva agitato i destini del mondo cristiano e con quella bonomia italiana che si sposa spesso a dei sentimenti di vera grandezza, le domandava novelle del povero imperatoreMémoires et correspondances du roi Jérôme et de la reine Cathérine. Dentu, 1861, vol. VII.

[82.] Stéfane-Pol, pag. 5.

[83.] Vedi Archivio di Stato di Bologna: passo riportato nelle pagine seguenti.

[84.] Cantù, Cronistoria, II, pag. 1157.

[85.] Ib., Cronistoria, II, pag. 1156.

[86.] Hübner, I, pag. 57.

[87.] V. Hugo, Napoleone il Piccolo.