[382.] Fra il Niel accusatore e il Canrobert s'accese poi così aperto litigio che fu necessario l'intervento dell'Imperatore per appianarlo. Canrobert si stette alla difesa dalla parte di Mantova, verso cui non era vero pericolo, e non inviò al Niel, che lo sollecitava, se non timidi e staccati e male accetti rinforzi.

[383.] Al mattino erano le sole tre divisioni Mollard, Cucchiari, Durando. La divisione Fanti, chiamata dall'Imperatore, si stette sino verso le due e mezzo impegnata a coprire la sinistra di Baraguay-d'Hilliers. Solo dopo prese parte al combattimento. La divisione Cialdini era in Val Savia, Garibaldi in Valtellina.

[384.] Rivalità tra Della Rocca e il La Marmora. Cfr. Custoza del '66. Al generale Mollard si appunta il troppo ardimento e il poco senno dei primi assalti, con forze impari e sconnesse. Ma simili difficili questioni tattiche non sono argomento di questo libro. Del resto lo stesso aiutante di campo del Re nel suo Diario (Castelli, op. cit., pag. 308) dice questa «battaglia senza insieme e scucita. Non si sapeva che fare e si provvedeva al momento dove il nemico si presentava in forze maggiori». Notevole questo passo sul Re (pag. 309): «Dormì anche lui sulla terra; gli si era portato un piccolo stramazzo, ma non lo volle, dicendo che era anche lui come tutti gli altri. Se Vittorio Emanuele avesse un quarto d'abilità del suo coraggio, sarebbe il primo generale del mondo; ma non ha memoria, nè occhio, non vuole occuparsi; però è molto pronto quando ha capito le cose».

[385.] Enrico Dunant, medico volontario. Un souvenir de Solferino.

NB. Le condizioni in cui si trovarono i feriti sembrerebbero incredibili se non fossero documente da testimonianze concordi. Nel teatro di Desenzano giacevano più di 200 feriti: di essi «non uno era stato medicato due giorni dopo la battaglia». «Quei poveri soldati facevano pietà, e più d'una volta mi vennero le lagrime agli occhi». «Non potei far colazione; avevo sempre quell'odore di carneficina e di sangue marcio sotto il naso» (Diario di un ufficiale d'ordinanza di S. M., Castelli, op. cit., pagg. 310 e 311).

[386.] Nato a Parigi nel 1815: uno dei consiglieri ed esecutori del colpo di Stato.

[387.] L'ordine del giorno del quartier imperiale alla vigilia di questa grande assisa dell'armi, cioè del giorno stesso che aveva mandato il Fleury ad abboccarsi con Francesco Giuseppe (dovunque si fosse trovato!), diceva: «L'assedio di Peschiera è un'operazione a cui attribuisco un grande interesse; ma è chiaro che noi non possiamo farlo con sicurezza se non quando avremo respinto un attacco degli austriaci. Dalle informazioni ricevute è molto probabile che domani saremo attaccati di fronte e di fianco dall'armata sortita da Verona e da un'altra venuta dall'Adige». Seguivano le più minute disposizioni tattiche.

[388.] Questo dispaccio apparso sul Monitore del giorno seguente (8 luglio), era seguito dalla chiosa sibillina: «Non bisogna ingannarsi su l'importanza dell'armistizio. Non si tratta che di una tregua, che pur lasciando libero campo ai negoziati, non saprebbe far prevedere sin d'oggi la fine della guerra».

[389.] Il maresciallo Vaillant nell'informare il dì 7 Vittorio Emanuele dell'armistizio, soggiungeva che i patti della tregua dovevano essere firmati il dì seguente a Villafranca. Vi mandasse perciò alle 5 antimeridiane il suo capo di Stato Maggiore Morozzo della Rocca. L'Imperatore tedesco nella sua risposta, commessa e letta prima al Fleury il mattino del giorno 7, lasciava a Napoleone facoltà di scegliere il luogo e il tempo in cui si sarebbero adunati i commissari. Fu scelto il paese di Villafranca a mezza via tra i due quartieri imperiali: Verona e Valeggio. Il Monitore del 9, annunciando la tregua firmata, non nomina, quasi quantità trascurabile, il commissario di Vittorio Emanuele.

[390.] Dal carteggio privato di un generale sardo. Vedi Chiala, op. cit., III, pag. 409. Vedi anche lettera del Cavour al La Marmora, 6 luglio 1859, Vol. III, pag. 102, importantissima.