Con le mani che escono dal poncio, come da una stola, Garibaldi posa piamente su l'elsa della spada. Figura esotica; venne da lontano, da un oltremare lontano. Eppure altre volte ti abbiamo incontrato nel cammino dei secoli morti.
Ritornerai tu ancora?
Una quarta figura: una barbetta caprina incornicia una faccia sbarbata, paffuta: occhiali a stanghetta: pare un vecchio. Invece è quello che è morto prima degli altri; nel colmo teso della vita la sua vita è stata spezzata. Pare il burocratico, il segretario degli altri tre. Cavour.
Sì, un burocratico di molto concetto, un diplomatico pieno d'ordine. Eppure quel volto parve sospetto ad un occhio acuto che lo vide per la prima volta. «Si sente, si vede, si riconosce in lui il cospiratore».[5] Era von Hübner, l'ambasciatore austriaco. È vero che non doveva riuscire difficile per un italiano, semplicemente pensante, passare da cospiratore agli occhi di un personaggio austriaco; ma è anche vero che quell'uomo d'ordine uscì spesso dalle rotaie[6] della diplomazia e buttò per aria molte combinazioni degli altri diplomatici. Pare un melanconico ed era un giovane allegro. E Iddio lo ha aiutato, anche perchè lo ha fatto morire molto presto.
Altre vecchie stampe ho visto che portavano accanto a Vittorio Emanuele una quinta figura: essa pure militaresca, anzi impettita, quasi geometrica; con i baffi diritti alla moda ungherese, il piccolo pizzo, i cernecchi dei capelli lisci, su le tempie. «Questo — e vi appoggiava un grande indice — è Napoleone III, Imperatore dei Francesi». Mi pare di vederlo quel mio vecchio maestro che ci parlava così. Era stato medico, e di che valore questo mio maestro! Aveva una testa che avrebbe ben servito per modello del Catone dantesco, se non che la sua barba era troppo tabaccosa, e i capelli troppo arruffati. Questo vecchio pensava e scriveva a modo dei prischi latini, e non essendogli permesso di portare la toga, vi suppliva con un gran scialle attraverso la grave persona.
«Quello lì, vedete, è passato sul corpo di due republiche per fare l'Italia».
Era un ammiratore grande di Napoleone III, che diceva aver conosciuto, giovanetto, in Forlì. Quella stravagante espressione di aver ucciso due republiche per fare l'Italia, era poco comprensibile a noi ragazzi. Ha fatto l'Italia, lui? A molti, oggi più che mai, questa affermazione sembrerebbe blasfema. Ecco, diciamo così: Ha permesso che quegli altri quattro si potessero fare il ritratto insieme. Questo Imperatore era un melanconico ed un credente in una fede irrazionale: il suo destino; e Iddio non lo aiutò.
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Ma dietro questi personaggi famosi sta una schiera molto grande e confusa: essa si sperde lontana negli albori del secolo, si fa folta e poi dirada sino ad un impiccato recente. Comprende martiri puri, quasi verginali; comprende torbidi e audaci uomini, insofferenti dell'attesa, uomini di congiure e di sangue; solitari che dai libri meditati videro balzare fantasmi che additavano un'arma; preti che leggendo l'Evangelo, udirono il rimbombo della voce di Cristo; madri che dissero al figlio: «Va!» Noi non li nominiamo per devozione a quelli che sono men noti. La più parte di essi morirono giovani, affinchè il detto di Menandro si rinnovellasse,[7] e anche perchè così piacque all'Austria. Piacque all'Austria cospargere di sangue questa terra ritenuta soltanto la terra dei canti e dei suoni: ma essa era anche terra ferax et ferox, ferace ed indomita; e quel concime purpureo fu ottimo generatore di martiri. Noi non li nominiamo, ma ci piace commemorarli semplicemente con le parole del Poeta: