Io vo' rapirti, Cadore, l'anima

Di Pietro Calvi.

Costoro sono il santo fiume umano, che inabissa e riappare, dilaga, si stringe, rugge; va per meandri strani, alimenta, fa la storia d'Italia.

O padre Nilo, — chiede l'antico poeta[8] — quale origine hai tu? in quali terre nascondi le tue sorgenti?

O fiume del martirio d'Italia, dove, come nascesti?

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Il ritratto che Angelo Brofferio ci porge del Cavour, quando fu eletto deputato del '48, non è punto lusinghiero: «Qualche suo discorso nelle adunanze agrarie aveva potuto metterlo in evidenza esperto di traffici e versato negli studi economici e rurali; ma nessuno si accorse che nella sua mente germogliasse qualche peregrina idea e che nel suo cuore avvampasse qualche favilla di quel sacro fuoco che solleva gli uomini sopra la terra. Nuocevagli il volume della persona, il volgare aspetto, il gesto ignobile, la voce ingrata. Di lettere non aveva traccia; alle arti era profano; di ogni filosofia digiuno; raggio di poesia non gli balenava nell'animo; istruzione pochissima; la parola gli usciva dalle labbra gallicamente smozzicata; tanti erano i suoi solecismi, che metterlo d'accordo col dizionario della lingua italiana sarebbe a tutti sembrata impossibile impresa».[9]

Non era bello, infatti, e il D'Azeglio, che fu bello anche come uomo, lo chiamava fra gli intimi el Pansciotel; e Hübner, che lo vide a Parigi del '56, al tempo del Congresso, dice di peggio: «che il suo fisico mancava di distinzione». Era così distinto il conte von Hübner![10] La sua natura era antipoetica come egli stesso dichiara; ma l'abbondanza degli spiriti poetici in Italia ci può compensare se Camillo Benso di Cavour era specialmente un intelletto matematico. Però «profano alle arti» non lo direi: un giorno tornando a casa (era del 1860 e di cose pel capo ne doveva avere parecchie), trova sul tavolo il progetto del regolamento d'ornato per la città di Torino. Il caso volle che, avendo un ritaglio di tempo, lo leggesse. «Quale fu il mio stupore!» — scrive[11] a quel sindaco — «Giammai lo spirito investigatore, intromettitore, seccatore dell'amministrazione produsse opera peggiore. Povera libertà a quali dure prove si sottopone. Non una finestra, non un balcone, non una cornice senza l'assenso preventivo del sindaco. Persino il colore delle pareti interne delle corti sarà sottoposto al gusto di quel funzionario e la censura con tutti i suoi rigori, applicata alle costruzioni. In verità se lo stampato non portava il bollo municipale, avrei creduto che si trattasse di un regolamento edilizio, redatto da un sinedrio di mandarini e ritrovato dai generali alleati nel palazzo comunale di Pekino. Per onore di Torino sospenda la discussione di quel progetto. Nella legge comunale che si prepara, sarà proclamata la libertà ai cittadini di ornare le loro case come l'intendono, epperciò la soppressione della giunta d'ornato. Massimo D'Azeglio mi dichiarò che, se non è morto o paralitico, si recherà al Senato per combattere un'istituzione altrettanto molesta ai cittadini quanto contraria all'arte ed al buon gusto. Faccia quell'uso che vuole di questa lettera, giacchè son deciso di combattere con tutti i mezzi di cui dispongo un tema così contrario al principio di libertà che deve informare tutte le nostre istituzioni se vogliamo diventare una nazione grande, forte ed illustre».

Di lettere aveva realmente poca «traccia», perchè più che libri di letteratura, aveva letto libri di economia e di storia. Il suo amico e parente De La Rive[12] ce lo ricorda a Presigne, desto di buon mattino, per imparare l'inglese su faticosi volumi della «Storia d'Inghilterra»; ce lo ricorda nelle sue terre di Leri, in piedi dall'alba, tutto intento a riveder conti, visitare fattorie, studiare bonifiche, sorvegliare macchine; e nei ritagli di tempo, leggere, leggere, leggere.

Però digiuno di lettere non lo direi. Certo abbondano i solecismi e, spiace dirlo, il suo pensiero si muove più franco ed agile nella forma francese che in quella italiana; però anche in italiano scrive con una qualità notevole, ed è questa: se noi prendiamo le forbici per isfrondare, tagliare, non ci riesce: si rompono le forbici, ma la sua prosa resiste. Non gli piacciono le espressioni antiquate, i giri lunghi di parole. Mi ha tutta l'aria di sottoscrivere al paradosso del Carducci: chi potendo dire una cosa in dieci parole, la dice in venti, lo credo uomo capace di male azioni.