Una volta un insigne letterato gli ripulì una relazione e la infiorò con dei «vuoi» e degli «imperocchè»; ma lui dichiara che la sua relazione «gli era stata guastata», e che «un'altra volta userà del diritto di dire degli spropositi».[13]

Ma non chiameremo spropositi questi avvertimenti sull'arte dello scrivere, contenuti nella seguente lettera del 22 maggio '59, dopo la vittoria di Montebello: «Desidererei che il nostro Stato Maggiore affidasse a penna più abile la cura di raccontare i fatti. L'ultimo bollettino sul combattimento di Montebello era redatto in stile da Fischietto. I soldati che si battono oltre il bisogno, la lotta che è fermata dal giorno, sono cose da far ridere i più benevoli. Ho pensato di non pubblicarlo tale e quale. Avrei fatto altrettanto della lettera a Sonnaz, se fossi stato a Torino quando ci fu mandata dal campo. Non so chi la scrisse, ma in verità è ridicolo parlare dei bracci che incanutiscono e del senno che non incanutisce. Ma sopporteremo con rassegnazione della cattiva prosa, se continuate a fare, come in questi giorni, fatti egregi».[14]

Come oratore certo non possedeva tutte quelle doti che Cicerone enumera nel «De Oratore»; nè era eloquente al punto da piacere ad una moltitudine poco pensante e molto desiderante. A questo fine gli difettò specialmente la Retorica, divinità indigete, sopravissuta in buona salute a tanto tramonto e infermità di numi; ma la sua parola corre incisiva, caustica, ignuda; batte l'ala talvolta per forza di sdegno o di ponderata passione.

«Di ogni filosofia digiuno»: ma possedeva la maggior filosofia; conoscere uomini e tempi. Come indovinò bene, per esempio, Nino Bixio. «Vi raccomando in ispecie Bixio, che è il miglior generale di Garibaldi».[15] E Pio IX? «I furori del Papa, le sue filippiche non mi sgomentano punto, anzi crescono in me la speranza di raggiungere il desiderato scopo. Quanto più S.S. sarà veemente, tanto più mi mostrerò calmo e moderato negli atti e nelle parole».[16] E ancora: «Le scene violenti del Papa non mi spaventano. Nella sua qualità di uomo nervoso, tutte le crisi sono seguite da un periodo di calma, in cui è più facile fargli capire la ragione».[17]

E le moltitudini? «Evitino il giorno dei morti!»[18] raccomanda ripetutamente ai regii commissari; cioè evitino che il giorno del Plebiscito coincida con quello dei morti. Triste presagio!

Nè gli mancavano qualità profetiche, che è il massimo della filosofia, anzi della poesia. Se ne potrebbero portare parecchi documenti. Eccone alcuni: Giovanissimo, vivendo a Parigi la gran vita mondana, confida al De La Rive queste sue impressioni: «Credete voi alla possibilità d'un potere aristocratico qualsiasi? La nobiltà crolla da tutte le parti. I principi come i popoli tendono a distruggerla. Il patriziato non ha più posto nell'odierna organizzazione sociale. Che cosa rimane per combattere contro i flutti della democrazia? Niente di solido, niente di forte, niente di durevole. È un bene o un male? Io non ne so nulla; ma a mio credere è l'inevitabile nell'umanità. Prepariamoci o, almeno, prepariamovi i nostri discendenti, chè ciò li riguarda più di noi».[19] Ancora: «La salvezza d'Italia sta nel Parlamento. Se vi è in esso una maggioranza onesta, liberale, nemica delle sette, non temo nulla. Ma se la maggioranza è settaria o soltanto debole, non saprei prevedere le calamità che potrebbero sovrastarci».[20] Ancora: «Solo una soluzione radicale può ricondurre la pace fra la Chiesa e lo Stato».[21] Ancora: «Finchè l'Austria rimarrà una grande potenza, noi non potremo essere tranquilli».[22]

Ed anche sul punto di morte questo spirito profetico non l'abbandonò, chè, come tramandando con il passar della vita la lampada dell'anima sapiente, dice al suo Re: «E i Napoletani? Così intelligenti! Ve ne sono che hanno molto ingegno, ma ve ne sono altresì che sono molto corrotti. Questi bisogna lavarli, Sire, sì, sì; si lavi si lavi».[23]

Si potrebbe, volendo, trovare a che dire anche sul nome, giacchè quel Benso, che pare un nordico Benz, e quel Cavour hanno un sapore esotico: ma certo Camillo è un bel nome, pieno d'augurio italico.

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Altre belle virtù egli aveva, proprio di quelle che in teoria noi ammiriamo tanto: la gratitudine, per esempio. Quando negli alti consigli dello Stato, dopo il '60, si trattava di liquidare l'esercito garibaldino, egli avverte i generali Cialdini e Fanti, «che si leverebbe un grido di reprobazione se si conservassero i gradi agli ufficiali borbonici che fuggirono obbrobriosamente e si mandassero a casa i garibaldini che li hanno vinti. Su questo punto non transigerei. Anzichè assumere la responsabilità d'un atto di nera ingratitudine, vado a seppellirmi a Leri. Disprezzo talmente gli ingrati che non sento ira per loro e perdono le loro ingiurie. Ma per Dio! non potrei sopportare la taccia meritata di avere sconosciuto servigi come quello della conquista di un regno».[24]