Altra virtù il non odiare. Fra lui e Garibaldi, dopo la cessione di Nizza e l'impresa dei Mille, non c'era buon sangue e non corsero belle parole; eppure quando l'Austria minacciò ancora la guerra, scrive: «Dite al generale Garibaldi da parte mia che se noi siamo assaliti, io l'invito in nome d'Italia a imbarcarsi sull'istante e a venire a combattere sul Mincio».[25] Oh, non odiava, come è documento quest'altra lettera: «Duolmi che Garibaldi se l'abbia avuto a male, giacchè desidero di cuore che non si venga a rottura con lui. Esso fu meco ingiusto, potrei dire ingrato.... Ciò nullameno quello che ho detto al Parlamento lo ripeto ora: avrei vivo desiderio di stringergli la mano e stendere un velo sul passato....»[26] E nei vaneggiamenti dell'agonia ripete al suo Re: «Garibaldi è un galantuomo: io non gli voglio alcun male».

Anche come capo di amministrazioni ha criteri molto pregevoli, benchè severi. Una volta una dama, e inglese per giunta, gli raccomanda un nobile giovane, ex-ufficiale della marina borbonica, che aveva dato le sue dimissioni durante la guerra, ed ora pretendeva di essere accolto con avanzamento di grado nella marina italiana. Cavour le spiega: «Sapete perchè Napoli è caduta sì basso? Si è perchè le leggi, i regolamenti non si eseguivano quando si trattava di un signore o di un protetto del Re, dei principi, dei loro confessori od aderenti. Sapete come Napoli risorgerà? Coll'applicare le leggi severamente, duramente, ma giustamente. Così ho fatto nella marina; così farò nell'avvenire; e vi fo sicura che fra un anno gli equipaggi napoletani saranno disciplinati come gli antichi equipaggi genovesi. Ma per ottenere questo scopo, credete alla mia vecchia esperienza, bisogna essere inesorabili».[27] La dama replica, come è facile supporre, ed il Cavour le risponde fra le altre cose: «Credo essere il mio dovere di mostrarmi severo, e di lasciare ai miei subordinati la parte della mansuetudine. Spero così di mutare lo spirito che informa l'amministrazione napoletana; spirito fatale che corrompeva gli uomini più distinti e le migliori istituzioni». La severità ai capi responsabili e la mansuetudine ai subordinati? Così non avvenne al tempo che morì di crepacuore G. Mercuri, più noto col nomignolo di Battirelli.

Queste virtù di giustizia fanno molto onore al Cavour, tanto più che egli sa che «in politica non si possono sempre prendere come punto di partenza i principi della morale».[28] Il che non include peraltro che si debbano prendere quelli opposti dell'immoralità.

Nella sua qualità di diplomatico, egli era uomo prudente: non si creda peraltro che il grado della sua prudenza fosse eccessivo. Uomo pacifico, come ci dice il suo ritratto: e poichè era di temperamento allegro, diremo, un allegro uomo di pace: non però disposto a farsi ammazzare; «disposto» di preferenza «a provare di ammazzare gli altri anzichè lasciarsi ammazzare»;[29] e questa filosofia cercò di infondere anche negli uomini del suo partito, dimostrando che vi sono momenti «in cui l'audacia è la vera prudenza, e la temerità è più savia della ritenutezza». Con tale disposizione ardita dell'animo non gli facevano difetto quei provvedimenti da cui spesso rifugge la molto umanitaria indole nostra. «Tenete» — è un dispaccio del 22 ottobre 1860 al conte Carlo di Persano, quando l'Austria minacciava di assalire ancora — «pronta la squadra per partire alla volta dell'Adriatico: fate leva forzata di marinai a Napoli. Se il codice napoletano non punisce i disertori in tempo di guerra con la pena di morte, publicate un decreto in questo senso e fate fucilare qualche marinaio disertore su la calata».[30]

Circa sei anni dopo il Persano salpò con la squadra; oh, ma non c'era più il Cavour a raccomandargli di fare in fretta, e tu lo sai, azzurro Adriatico!, e a ricordargli che c'è la fucilazione per chi diserta il suo posto.[31]

Ma specialmente abbondava nel Cavour quella forma di coraggio che è così rara, cioè il coraggio civile. Egli non giudicava menomamente uomo politico chi non avesse saputo sacrificare la sua popolarità al bene della Patria.

Nei due anni '59 e '60, in gran fretta, sotto il sereno e sotto la tempesta, furono tirati su i muri maestri dell'edificio nazionale, e fu coperto anche il tetto. Chi non è pratico di arte muraria crede che il più sia fatto; ma domandatene ad ogni buon muratore e vi dirà che quella è soltanto la metà del lavoro. Ora il Cavour non si nascondeva la difficoltà della seconda gran gesta, e che mettere in armonia gli interessi delle varie regioni era cosa più difficile che scacciare l'Austria dal Quadrilatero; nè si pensi che egli avesse propensione per una mano di calce piemontese, data in fretta da zelanti imbianchini in berretto burocratico, a tutto il portentoso edificio, «Il Parlamento sarà organo di concordia, non di tirannia centralizzatrice».[32]

Altre cose di lui come uomo politico converrebbe richiamare dal nostro oblio; ma alcune appariranno dal corso di questa narrazione; qui basterà ricordare una sua notevole dote per la quale non nominò eredi; quella cioè di non fare come il buon lazzaro che avendo provveduto al bisogno dell'oggi, dimentica che esiste anche il domani: io voglio dire occupare gli avvenimenti, non farsi occupare da essi.

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Prima di essere stato ministro del Re, il Cavour era stato giornalista e nel giornale da lui fondato «Il Risorgimento», il 22 marzo 1848, aveva publicato quello scritto notevole: «L'ora suprema della monarchia sabauda», il quale per lunghezza e per audacia può fare il paio con la non meno famosa lettera del Mazzini a Carlo Alberto del 1831. E fu anche publicista, e fra i suoi scritti più matematicamente dimostrativi, ricordiamo quello apparso del '48 nella «Revue nouvelle» di Parigi col titolo: «Des chemins de fer en Italie», etc. Vi si parla di linee ferroviarie, di trazione, di macchine; ma esse devono, oltre alle merci, trasportare anche quel terribile carico, per cui tanti doganieri allora vegliavano: le idee. A quello scritto sarebbe stata bene come motto la chiusa dell'ode del Carducci «Alle fonti del Clitumno»: