in faccia a noi fumando
ed anelando nuove industrie, in corsa
fischia il vapore.
Sono in quello scritto le idee del Gioberti e del Balbo, ma con in più un certo sapore di polvere. Quel birichin — diceva con dispetto il Balbo, alludendo a questo sapore di polvere, — «finirà col ruinare il magnifico edificio, eretto dal senno e dalla prudenza di tanti valentuomini».[33]
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E prima aveva viaggiato (1835) a lungo, ripetutamente, Svizzera, Inghilterra e Francia, in compagnia di un amico anche più giovane di lui, il cui cognome era una memoria e una gloria: Pietro Derossi di Santa Rosa: in Parigi aveva, frequentato il gran mondo dei salons; a Liverpool, Cambridge, Londra aveva visitato e studiato officine, industrie, istituti, macchine, etc. Aveva viaggiato, dunque, per acquistar «virtute e conoscenza» come dice Dante, e per divertirsi anche. Ma studiando e divertendosi, l'orecchio non perdeva una battuta di ciò che cantava il novello coro del gran dramma della vita, cioè l'opinione publica; giacchè oramai è deciso: i protagonisti delle moderne tragedie e commedie della vita sono costretti ad agire molto in conformità con l'intonazione del coro. Questa cosa oggi è manifesta a tutti; tanto che gli uomini dabbene rivolgono ogni loro cura affannosa affinchè questo gran coro canti nel modo meno stonato che sia possibile. Ma in quegli anni, prima del '48, occorreva una certa disposizione filosofica per notare un fatto che era appena in sul primo manifestarsi: disposizione tanto più encomiabile trattandosi di un giovane di venticinque anni e vissuto fra quel ceto aristocratico dove tali fenomeni si avvertono in ritardo e con olimpica indifferenza.
Il passo riferito, ove accenna al necessario avvento delle democrazie, è fortemente illustrativo. E perchè non farne un raffronto con l'avvertimento che il Mazzini dava a Carlo Alberto nella famosa sua lettera del '31? Dice: «Oggimai la causa del dispotismo è perduta in Europa. La civiltà è troppo oltre perchè l'insania di pochi individui possa farla retrocedere. I Re della lega lo intendono, ma sono troppo in fondo per poter risalire. Essi lottano disperatamente col secolo, e il secolo li affogherà».
Conoscere e divertirsi, ma anche togliersi da quell'atmosfera di cupa oppressione che gravava sul natio Piemonte. «Qui» (cioè in Torino) — scrive al De La Rive nel '43 — «io vivo in una specie di inferno intellettuale, cioè in un paese dove l'intelligenza e la scienza sono considerate cose infernali da chi ha la bontà di governarci. Sì, mio caro, sono già due mesi che io respiro un'atmosfera piena di ignoranza e di pregiudizi e che io abito in una città dove bisogna nascondersi per scambiare qualche idea che esca dalla sfera politica e morale dove il Governo vorrebbe tenere imprigionate le anime. Ecco ciò che si chiama godere la felicità di un governo paterno».[34]
Non vengono in mente le tetre querele di un'altra anima imprigionata, il Leopardi? Felice il Cavour a cui natura concesse la forza lieta dell'azione, del far della storia; non le malinconie del pensiero, del meditar su la storia.
Sia lecito fare un raffronto con questo passo del Cattaneo dove, ricordando i nobili esuli lombardi, ritornati in Milano dopo l'amnistia del 1838, dice: «V'erano tuttavia molte famiglie antiquate, che imaginando ancora di vivere ai tempi del Sacro Romano Impero, non si reputavano disonorate della presenza dei soldati stranieri. Ma i reduci, valendosi dell'autorità di eleganti dettatori che dava loro la lunga dimora fatta in Londra e in Parigi, ammaestrarono quella stolta gente a serbare al cospetto degli stranieri i doveri della nazionale dignità».[35]