«Nos patriam fugimus, nos dulcia linquimus arva». E di abbandonare per sempre la patria dava consiglio al giovane Cavour la contessa Anastasia de Circourt-Klustine.[36] La lettera del Cavour a questa dama è fremente di tale passione che lo stesso Brofferio si sarebbe ricreduto dei suoi giudizi. Oimè, come diceva Solone a Creso, noi non ci conosciamo che dopo la morte, se ci conosciamo pur allora! «No, madama, io non posso lasciare la mia famiglia e il mio paese. Santi doveri mi trattengono presso un padre e una madre che mai non mi diedero motivi di lamentarmi. No, madama, io non infiggerò un pugnale nel cuore dei miei genitori; io non sarò mai un ingrato verso di loro, io non li abbandonerò se non quando la morte ci separerà. E perchè, madama, abbandonare il mio paese? Per venire in Francia a cercarmi una rinomanza nelle lettere? Per correre dietro una piccola gloria, senza potere mai raggiungere il fine a cui tende la mia ambizione? Quale influsso potrei io esercitare in vantaggio dei miei fratelli infelici, stranieri e proscritti, in un paese in cui l'egoismo occupa ogni grado sociale? Che cosa fanno a Parigi tutti questi esuli che la sventura qui gettò, lungi dalla terra natale? Quelli stessi che sarebbero stati grandi in patria, qui vivono oscuri nel turbine della vita parigina. Quanto di più nobile e illustre conteneva la mia patria, ha dovuto fuggire. Tutti quelli che io ho conosciuto personalmente mi hanno rattristato sino al fondo del cuore con lo spettacolo del loro grande valore, rimasto sterile ed impotente. No, no! Non è fuggendo la patria, perchè essa è infelice, che si può raggiungere una meta gloriosa! Sventura a chi abbandona con disprezzo la terra che lo vide nascere, a chi rinnega i suoi fratelli come indegni di lui! Quanto a me, io sono deciso. Io non dividerò mai la mia sorte da quella del Piemonte. Sventurata o felice, la mia patria avrà tutta la mia vita».[37]

Oh, non è egli poeta, imaginazione non ha! «Io non ne possiedo alcun germe. In tutta la mia vita io non sono potuto arrivare ad inventare la più piccola favola da far stare attento un bambino»;[38] ma questi che qui riportammo sono «raggi» della più sublime «poesia» che «baleni» nell'animo dell'uomo.

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Veramente il conte Enrico di Mombelles, legato austriaco in Torino, non era di questa opinione. Il giovane Cavour aveva dato, anzi, molti dispiaceri a suo padre. Perchè è da sapere che prima di viaggiare all'estero, era intenzione del giovane di visitare la Lombardia; ma il detto conte Enrico di Mombelles, avendo saputo di queste intenzioni, si era affrettato a scolpire questa succosa e onorevole biografia: «Questo giovane appartiene ad una delle famiglie più rispettabili del Piemonte, e suo padre il marchese di Cavour, è il primo a gemere su la condotta e sui principi del suo figlio cadetto. Questo giovane, fornito di molto talento e facilità di ingegno, era entrato nel genio militare. Ma le sue idee e le sue relazioni con altri giovani mal pensanti, indussero il Re a confinarlo nel forte di Bard.... Io lo considero come uomo molto pericoloso, e tutti gli sforzi per ricondurlo sulla buona strada sono riusciti infruttuosi. Merita, dunque, una sorveglianza continua».

Per effetto di questa raccomandazione segreta («segni funesti», come al buon Bellerofonte), il conte Torresani, direttore della polizia di Milano, dirigeva all'Imperiale Regio Commissario di Buffalora il seguente avviso, in data 15 maggio 1833: «Sta per mettersi in viaggio il giovine cavaliere piemontese Camillo Cavour, già uffiziale del genio, e malgrado la sua gioventù, già provetto nella corruzione de' suoi principii politici. Mi affretto a darle, signor commissario, questa notizia, coll'invito di non ammetterlo, qualora si presentasse su codesto confine, se non sopra passaporto in perfettissima regola, ed in questo caso soltanto previa la più rigorosa visita sulla persona e sugli effetti, avendo io notizia che egli possa essere latore di pericoloso carteggio».

Il carteggio pericoloso era, tutt'al più, nella testa del giovane cavaliere; e all'Austria più che il carteggio segreto dei patriotti, fu esiziale questo carteggio dei suoi ministri il quale, se non ci richiamasse lugubri imagini di corpi e di anime straziate, potrebbe anche ricordare le pedantesche corrispondenze dei commissari spagnuoli dietro a quel gran delinquente che fu Renzo Tramaglino.

Ma, pensatoci meglio, il Torresani, con circolare 7 giugno 1833, n. 3476, vietava al Cavour l'accesso in Lombardia; e soltanto tre anni dopo, di primavera, quel pericoloso cavaliere, previe le consuete pratiche ecc., ottenne, per una sol volta, il passaggio al confine di Buffalora.

C'è un ponte al confine di Buffalora, e lo seppero gli Austriaci a Magenta: e poichè queste circolari sono tutte del tempo di primavera, ricordiamo come nella primavera del '59 il Cavour costringesse con più efficaci mezzi l'Imperiale Regio Commissario a lasciargli libero il passaggio per quella remota Lombardia, dove era la Chimera orrenda, che il buon Bellerofonte uccise.

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