Bene è certo che egli, nato nel fulgor dell'Impero,[66] quando il mondo era tutto di lui, l'Imperatore, fu da lui molto amato. Poi i suoi occhi infantili lo videro vinto, detronizzato, abbandonato, piangente. Vide le ultime aquile ai vessilli; vide lui, l'aquila, abbattuta. Poi fu l'esilio, poi il bando dalla Francia per sempre, poi la vita errante dietro alla madre ed al fratello maggiore per le terre di Svizzera e d'Italia.
Filippo Le Bas, figlio del convenzionale Le Bas, fu per circa dieci anni il maestro del principe, seguendolo con la madre in quel suo vagabondo esilio.[67] Era il Le Bas giovane di molti studi, specialmente classici; e le sue lettere ai parenti, edite di recente[68] e non destinate certo alla stampa, ce lo rivelano uomo di indole austera, semplice, chiuso nei suoi studi e nelle sue convinzioni republicane. Le notizie che in queste lettere ai parenti, qua e là traspaiono sul giovanetto affidato alle sue cure, sono di grande interesse appunto perchè sono di un'attendibilità su cui non può cadere dubbio.
Commovente è la cura con cui egli sorveglia l'anima e l'intelligenza del discepolo: qualcosa di paterno; anzi egli dice di volere essere come un fratello maggiore e fa suo il nobile precetto educativo di Terenzio:
Pudore et liberalitate liberos
Retinere, satius esse credo, quam metu.
Però sembra sorgere nel Le Bas come un presentimento triste accanto a quel giovanetto che taciturno si fissa in un pensiero, lontano, in un luogo lontano dove è una tomba; e si studia come di prevenire il fato, e, con gli esempi della storia, gli pone innanzi il quadro doloroso dei grandi imperi caduti, della vanità del potere supremo.
«Voi sareste ben stupito — scrive al Le Bas l'abate Bertrand, che fu primo precettore del principe — se un qualche giorno la storia mettesse il vostro nome accanto al suo, come quello di Socrate accanto ad Alcibiade. Chi lo sa? Ma, povero ragazzo, che la fortuna non gli giuochi un simile tiro, perchè essa se li fa pagar cari. Che sia un galantuomo anzi tutto!»
Luigi Bonaparte diventò poi Alcibiade; ma il republicano Le Bas si allontanò da lui e da quel trono, e per sempre.
L'intelligenza del giovanetto, come si rileva dalle lettere del Le Bas, non va oltre il normale, anzi il suo sviluppo è lento; scarseggia l'energia volitiva, abbonda l'ostinatezza (mon doux entêté, lo chiamava la madre). È melanconico, esitante. Se non che a poco a poco questa intelligenza si svolge, l'amore agli studi s'accresce — non per le matematiche, però, — e il Le Bas se ne compiace come di una rivoluzione operata da lui. Sta tuttavia in pensiero per la sua salute cagionevole, per il temperamento nervoso di cui triste segno sono i frequenti terrori notturni. Un'altra cosa nota il Le Bas, una cosa che non può non sorprendere chi ha di Napoleone III l'opinione che si ha comunemente, una cosa per la quale non mi riuscì trovare smentita o diniego; ma testimonianze concordi e molte di conferma, fra cui una di Bismarck, ed è la completa bontà del cuore e il sentimento pieno, ridondante della riconoscenza.[69] Notre petit oui-oui, lo chiamava la madre. E un'altra cosa del pari importante aveva notato il Le Bas, cioè la disposizione della mente a fantasticare. Attraverso la maschera con cui quell'uomo coprì poi la sua anima, questa tendenza al sogno fu intravveduta da quelli che più avevano interesse a scoprire l'intima essenza del suo spirito.
La avvertì l'Hübner: «C'est un rêveur,[70] uno spirito esitante»; la avvertì presto il Bismarck: «Egli sogna, egli va, io non so dove, insieme col fumo della sua sigaretta»;[71] «uomo non bene desto», lo dice Vittor Hugo, in quel crudele e magnifico libello che è «Napoleone il piccolo»; «pallida ombra, furtivamente emersa dalla tomba di Sant'Elena»,[72] lo dice il Mazzini. È intenzione di atroce ingiuria, ma quell'ingiuria non si sarebbe vestita di quelle parole, se un certo che sfuggente ai colpi dei disperati oltraggi, non fosse stato in quell'uomo singolare.