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Vittor Hugo, il 17 luglio 1851, dalla tribuna parlamentare ha proferito parole degne di grande poeta e di grande filosofo: ha detto: «Come? Perchè dieci secoli or sono Carlo Magno, dopo quaranta anni di gloria, ha lasciato cadere sul mondo la sua spada e il suo scettro, così immensi che per mille anni nessuno ha osato toccarli; perchè dopo mille anni, giacchè non occorrono meno di mille anni a gestare tali uomini, è sorto un genio che ha fatto della storia gigantesca, che incatenò la rivoluzione in Francia e la scatenò in Europa, che ha dato al suo nome per sinonimi Rivoli, Jena, Essling, etc.; perchè anche lui, dopo dieci anni ha lasciato cadere questo scettro e questa spada, voi venite, voi volete, come lui dopo Carlo Magno, prendere nelle vostre piccole mani quella spada di giganti? Per che fare? Dopo Augusto, Augustolo? dopo Napoleone il Grande, Napoleone il Piccolo?»[88]

Ma le comuni anime degli uomini non possono comprendere così altamente e alatamente: finchè le anime umane non si muteranno, per esse un gran delitto, riuscito a giuoco di fortuna, sarà sempre una gran forza. E così non fu creduto il Mazzini, che disse all'Imperatore: «Voi siete una pallida ombra». Ombra? finchè durò quella forza, fu realtà, non ombra. Quando quella forza fu vinta, tutti dissero come il Mazzini: «Tornate nel sepolcro, signore!»

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E qui ci appare un fatto strano, minimo e grandissimo. Luigi Napoleone aveva avuto dalla natura un volto impassibile, atono: flemmatico era; non amava troppo discutere; era, come dicemmo, taciturno. Non si adirava; tutt'al più diceva: c'est absurde! Naso aquilino, occhio ceruleo, come quello materno, ma senza sguardo, come il sole del freddo mattino d'inverno: soltanto qualche raro bagliore talvolta. Degli scatti napoleonici, nulla: qualcosa di nordico.

È Vittor Hugo che lo tratteggia: «Luigi Bonaparte è uomo di media statura, freddo, pallido, lento, che ha l'aria di non essere del tutto sveglio. La sua parola si trascina con lieve accento tedesco. Ha i baffi folti che nascondono il sorriso, come il duca d'Alba, l'occhio spento come Carlo IX». I paragoni sono, oltre a questi, Cesare Borgia, Filippo II, Alessandro VI, Ezzelino da Romano: cioè i più truci tiranni del medio evo.

Alla lor volta i panegiristi ufficiali dissero: «È la vita sotto il marmo; il fuoco sotto la cenere; l'audacia sotto il velame della timidezza; l'inflessibilità redenta dalla bontà. Egli è il grande Augusto, egli è il buon Tito sotto l'aspetto di Werther, questo prototipo della fantasticheria germanica».

E allora, per conciliare quell'orrido e quel sublime, fu scritto questo indovinello: egli è temerario e calcolatore, modesto e fastoso, pronto e tardo, mobile e tenace, affabile ed altero, voluttuoso ed insensibile, lo si annega e galleggia, lo si domina e domina.[89]

Anche i preti, acuti osservatori, rinunciarono alla spiegazione e dissero «sfinge!», parola senza senso; ma che fu accettata come si accettano tante opinioni, perchè risparmiano la fatica di pensare. E perchè il padre era mal certo, Pio IX disse: «figlio del diavolo».[90] In Vaticano anzi si riteneva che Napoleone III «consultasse frequentemente il diavolo per la sua politica».[91] In fatti tre volte egli difese Roma papale. La freddura atroce: «Napoleone III a Sedan ha perduto ses dents», è attribuita allo stesso pontefice, che era uomo buono ed argutissimo;[92] e il mondo della Curia parve gioire della caduta di colui che quella Curia difendeva con le armi, e «si sentiva avvinto verso Pio IX da un sentimentalismo, così cavalleresco»,[93] che, fino presso a Sedan, rifiutò di cedere per Roma.[94]

Ebbene, quella maschera di sfinge fu per molto tempo una forza di Napoleone III. In essa si affissò non solamente l'Hübner, e gli altri diplomatici; ma a lungo, molto a lungo, il Bismarck.