Venne pur troppo il giorno in cui questi acuti osservatori esclusero la impenetrabilità di quel volto, e dissero: È un errore! Non vi sono profondità impenetrabili. V'è soltanto una superficie mutevole. Peggio: v'è un affetto. Ora la vera politica procede senza affetti: sine ira et studio: difende i suoi interessi nei limiti del diritto.
Il giorno che quegli uomini dall'occhio di falco, ebbero certezza di questa cosa, l'Imperatore fu veramente exécuté. L'essere duca d'Alba, Cesare Borgia, avere il «marchio di Caino»,[95] non giovò: astuzie, infingimenti, la squadra dei pretoriani còrsi, la corruzione, la menzogna, etc., ed altre arti di governo non giovarono: questi istrumenti terribili così comunemente usati, del resto, al contatto di quell'affetto e di quell'idealità, perdettero la loro consistenza molecolare.
Questo difetto del «fosco»[96] Imperatore cominciò ad essere avvertito al tempo della guerra d'Italia.
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V'è una pagina nella vita di Luigi Napoleone che si desidererebbe più nota almeno dagli Italiani: è una pagina tragica ed eroica, di morte e di sangue. Quelli che hanno notizie di storia, la riassumono in poche placide parole: Napoleone III, da giovane, prese parte ai moti del '31 in Italia. Altri vanno più in là e dicono: e perciò commise doppio delitto quando spense la republica romana del '49; e perciò del '59, se fece qualche cosa, non fece che un atto di riparazione.
È troppa o troppo poca sapienza!
Vediamone qualche cosa, sia pure in breve. A Roma del '26, sotto la guida del Le Bas, studia, un'ora o due il giorno, Tacito: «è sempre buono ed amabile; il suo spirito si sviluppa, le sue idee ingrandiscono»:[97] a Roma impara la scherma da un Giovanni Gennaro, dalmata, luogotenente sotto l'Impero, decorato della legione d'onore: a Roma, del '27, stringe con Francesco Arese, di tre anni più anziano di lui, quell'amicizia che solo la morte disciolse.
Nobile figura umana è questo dovizioso patrizio lombardo, il quale molto patriziato lombardo riscatta; nobile per l'ombra austera in cui si sta nella storia del nostro risorgimento politico, pur avendovi avuto così grande parte;[98] nobilissima per la fede serbata a Luigi Napoleone in ogni suo tempo e fortuna. Carbonaro (e mazziniano di poi), egli era venuto a Roma, fuggendo le persecuzioni dell'Austria, con la madre, quella Antonietta Fagnani-Arese a cui i facili amori e la ammirabile seduzione concessero una specie di immortalità per la ode del Foscolo, «Qual dagli antri marini». Amiche erano state le madri alla corte vicereale di Eugenio Beauharnais; amici divennero i giovani, cui stringeva comunanza di età e di affetti. L'Arese verosimilmente confidò al Principe i ricordi della sua vita: gli Austriaci entrati a Milano nell'aprile del '14 sul cadavere lacerato del Prina; uno zio paterno soldato dell'Impero,[99] e un amico della sua famiglia, Federico Confalonieri, vittime tragiche di un'inane cospirazione; la grazia due volte chiesta per lo zio all'Imperatore d'Austria, da lui, personalmente, sino a Vienna richiesta; e il rigido rifiuto e la straniera violenza; e per converso le glorie, le vittorie, la libertà d'Italia sotto Napoleone.
Alla sua volta il Principe, che a quel tempo non doveva essere così taciturno come fu poi, deve aver confidato all'amico le tristezze della sua anima e del suo esiglio, la speranza della sua giovinezza. Era morto Napoleone, ma la sua anima riviveva, un'anima foggiata secondo il suo sogno: risuscitare la Grecia, la Polonia, l'Italia, eccitare i popoli dal torpore della servitù, distruggere i trattati della Santa Alleanza. Fantasie giovanili! Ma queste fantasie gli furono pur sempre care: sogni, ma dolci sogni! Di riparlarne ancora desidera molti anni più tardi, e riabbracciare l'amico, e riandare ancora con lui «i passati tempi». Quando? Nel 1841. Dove? Nel castello d'Ham, dove era prigioniero. E quei passati tempi sono ricordati in lingua italiana nella sua lettera.[100]
Si inscrisse in quel tempo Luigi Bonaparte in qualche vendita dei carbonari? La cosa a molti pare probabile, benchè non sia confortata da documenti. L'Arese ci indurrebbe in tale supposizione, quando dice che egli era carbonaro nell'anima;[101] e certo quel rito tenebroso e solenne doveva esercitare un fascino grande su di un temperamento romantico e in quella età; nè si dimentichi che l'arma della setta e delle congiure si presentava allora come l'unica forma di lotta possibile contro quell'altra congiura di re, che fu la Santa Alleanza. Noi oggi sorridiamo di quei monacali e tragici riti; ci paiono assurde le speranze concepite dai carbonari del '21 e del '31 o, avendo in mente soltanto quale è oggi la massoneria, ce ne sdegniamo: ma a torto. Non ne rideva, certo, l'Austria!