E se fu carbonaro, nei rapporti che ebbero allora i due principi coi patriotti italiani (fra gli altri con Ciro Menotti), giurò Luigi Bonaparte su di un teschio e un pugnale di liberare l'Italia? Questa leggenda corse con un certo valore in Francia e da noi. Difficile, come nel primo caso, è l'affermare od il negare; ad ogni modo è assurdo credere che l'odio e l'attentato di Felice Orsini significasse la condanna settaria per la mancata promessa; quasi un terribile: «Ricordati!» al potente, assiso sul trono imperiale. L'attentato dell'Orsini ha altra origine. Ma ammettiamo pure un simile giuramento: quale valore gli si poteva dare? Aveva poco più di vent'anni allora, Luigi Bonaparte: un ragazzo!

La sola cosa interessante davvero è il terrore che questi tenebrosi vincoli settari incutevano all'Austria, come per bocca del suo ambasciatore Hübner, è dichiarato: «L'Imperatore, la sera dell'attentato di via Le Peletier, pareva completamente démoralisé. Si deve dedurre che mancasse di coraggio fisico? Non ci penso nè meno. È che l'Imperatore, posto al sommo vertice della grandezza umana, accolto come un uguale dai capi delle antiche dinastie, aveva dimenticato gli impegni presi nella sua giovinezza con coloro che dispongono delle potenze sotterranee e sconosciute. Le bombe dell'Orsini sono venute a ricordarglieli. Un lampo di luce rischiarò d'improvviso la sua mente».[102]

Se qui va errato il giudizio dell'Hübner, non erra però quando all'orgoglioso e fiero Buol dichiara che egli non è «un poltrone», consigliandolo, sin dal '53, a farsi incontro all'usurpatore dell'Impero, a riconoscerlo di buona grazia come Napoleone III, perchè la «Francia è la Francia»; e bisogna evitare di offendere l'indole di lui «vendicativa, essenzialmente còrsa, che lo porterà a creare all'Austria delle difficoltà in Italia, aiutando segretamente il Piemonte, e forse il partito demagogico in tutta la penisola».[103] Non erra quando avverte il Buol di un oscuro presentimento che quell'uomo, assunto al potere da un sogno e da una violenza, minaccia qualcosa che non è la semplice conquista: «Se noi lo spingiamo sulla cattiva strada, metterà fuoco ai quattro canti d'Europa; e dureremo molta fatica a spegnere quell'incendio».[104]

Ciò che è vero e si attrista il cuore pensando — come dicevo prima — all'oblio indegno che copre quei fatti, è il disperato agitarsi dei due figli di Ortensia in quella fine del '30 e in sul principio del '31, quando la Francia insorse e dopo Francia, l'Italia e la Polonia in un mirabile singulto di libertà; quando su quella giovanezza di santa ribellione l'Austria della Santa lega diffuse e impose il peso inesorabile delle sue armi. Due volte la tempesta della guerra, della congiura, della fuga, aggirò il giovanetto per la patria nostra da Roma a Bologna e Forlì, e poi ancora a Spoleto ed Ancona; e in quale condizione tragica dell'animo! col fratello, morto fra le sue braccia in un albergo di città ignota, con la madre accorrente per salvare i figli (giacchè sa che se l'Austria li prende, sono perduti) con gli Austriaci alle calcagna, che vogliono impadronirsi di lui, come si sono impadroniti dell'erede, morente a Schönbrunn; come la morte si è impadronita dell'altro, a Forlì: e poi la malattia sopravvenuta che impedisce la fuga per mare da Ancona,[105] e il pietoso inganno materno al generale austriaco Geppert, indi il travestimento e lo scampo per tappe di posta sino in terra di Francia. Per breve tempo in terra di Francia; perchè anche la patria gli sarà chiusa, perchè — cosa ripetuta sovente e non imparata mai — la libertà è stata sempre sottomessa ad innumerevoli necessità politiche; in nome di una delle quali sarà vietato a Luigi Napoleone di rimanere in patria.

Allora egli odierà Luigi Filippo, allora egli, solo con il sussidio di un nome meraviglioso, tenterà due volte, a Boulogne e a Strasburgo, di abbattere quel Re che venne meno al principio per cui sorse, tenterà con la sua spada e con le sue cospirazioni di aprirsi la via della patria. Sognerà l'Impero, sia pure; ma a lui solo spetta il diritto oramai (morti sono gli altri giovanetti eredi) di onorare il tradito Imperatore, e lo onorerà imitandolo sino al Calvario.

Noi deridiamo le due congiure di Boulogne e di Strasburgo, perchè tentate con mezzi inferiori al fine; ma e le nostre congiure del '21, del '31, e quelle mazziniane di poi erano pari al fine proposto? Noi le deridiamo perchè fallirono miseramente, perchè Vittor Hugo ci sparse sopra un'onda e una fiamma di grottesco e di odio inestinguibile,[106] perchè dicendo Napoleone III, noi diciamo Oudinot[107] e Aspromonte e Mentana.

Noi deridiamo la pazzesca congiura di Roma, quando nel decembre del '30, egli uscì congiurato per le vie di Roma con alcuni vecchi soldati napoleonici e con alcuni giovani, gli eterni giovani, e un tricolore in pugno ed il grido Italia e Libertà; e vuole catturare i cardinali in Conclave, ed è catturato, e con lui un «minuscolo prigioniero».[108] Il popolo di Roma guardava e sorrideva.

Noi sorridiamo quando da Civita-Castellana egli manda al novello papa Gregorio XVI l'ordine di abbandonare il potere temporale e lo conforta che, divenendo soltanto ministro di Gesù Cristo, tutti «anche i più esaltati, lo adoreranno e lo sosterranno»; ma se ridessimo meno e pensassimo di più, come saremmo più giusti e buoni nel giudicare uomini e cose!

Noi qui non possiamo rifare la storia di quelle vicende; esse chiederebbero un volume a parte e molte ricerche non facili; tuttavia per il nostro racconto è necessario ricordare alcune cose di quelle vicende, le quali pur costringendoci a dilungare un poco, saranno, credo, bene accette, come quelle che sono confortate da documenti non noti. L'una è quando, dopo la morte del fratello, corse con la banda del Sercognani a Spoleto, dove era vescovo il conte Mastai Ferretti, che poi fu pontefice col nome di Pio IX. A Spoleto il giovane si apprestava alla difesa, fabbricando bombe e proiettili, quand'ecco sopravvenire gli Austriaci.

«Il loro arrivo — tolgo dal Grabinski[109] — rendeva molto critica la situazione di Luigi Napoleone e degli altri capi del movimento. Essi si rivolsero a monsignor Mastai, il quale loro diede del denaro e delle guide per facilitare la fuga. L'arcivescovo sborsò circa 30 000 franchi. Fu così, col denaro del futuro Papa, che Luigi Napoleone sfuggì agli Austriaci. Per questo fatto l'arcivescovo di Spoleto cadde in disgrazia; e fu soltanto nel 1840 che Gregorio XVI gli perdonò. Il governo pontificio gli rese allora i 30 000 franchi che aveva dato a Luigi Napoleone ed ai suoi amici, e Pio IX amava dire, durante il regno di Napoleone III, che egli aveva reso all'Imperatore un bel servizio, quando nel 1831 era stato sul punto di diventare prigioniero degli Austriaci».