Oltre alle ragioni politiche, oltre al famoso jamais della Francia, questo sentimento di riconoscenza può avere influito nel rendere Napoleone III così «sentimentalmente cavalleresco» verso Pio IX, come dice il De Cesare? È lecito supporlo, tanto più se si consideri, come appare manifesto dalle lettere all'Arese,[110] che l'Imperatore pone non tanto la questione su Roma (dopo il '59 appariva già manifesto che il movimento era unitario, e l'unità portava a Roma), quanto su la persona del Pontefice: abbiate pazienza, ripete, aspettate almeno che quel povero vecchio muoia.
In relazione a queste congiure del '30 e del '31, è il carteggio segreto della polizia papalina del 1846, quando il principe, dopo sei anni di detenzione, evase dal castello di Ham.
È noto come dopo questa fuga Luigi Bonaparte riparò in Inghilterra: ma il governo papale, da più parti essendo stato annunciato che «il summentovato soggetto abbia potuto ottenere un passaporto inglese sotto il nome di colonnello Crowford...., non omette di porgere all'Eminentissimo Legato di Bologna questa partecipazione per quelle ulteriori misure di vigilanza che Sua Eminenza Reverendissima crederà di prendere in proposito».
In conformità di quest'ordine, il 16 giugno, il direttore della polizia di Bologna dirama una circolare ai governatori della provincia, in cui è detto: «Si annuncia anche dai publici fogli la fuga del principe Luigi Napoleone Bonaparte dal castello di Ham, ov'era detenuto, e si pretende che tenti penetrare occultamente nello Stato pontificio per adoperarsi a promuovere dei disordini. Ne do pertanto avviso alla S. V., affinchè faccia invigilare accuratissimamente in codesta sua giurisdizione per arrestare il soggetto medesimo ove ardisca di penetrarvi, trattenendolo sotto sicura custodia sino a nuova disposizione. E così specialmente dove è diretto adito per giungere nascostamente dalla Toscana, occorre che mediante le forze dei carabinieri, sia di notte che di giorno, sia portata attenta osservazione nei punti più facili a dar sospetto del transito di persone. Avvi pure sospetto possa il medesimo dirigersi in questa provincia, dove col favore dei bonapartisti più speranzosi ed arditi, ottenga sicuro asilo in qualche casino di campagna o nei palazzi di città appartenenti a persone della stessa famiglia napoleonica, quali sono quelli della casa Pepoli, della casa Bacciocchi».
In conformità di questi ordini, Alessandro Zuffi, governatore della Porretta, con lettera del 25 giugno, avverte il cardinal Legato di Bologna «di avere attivato tostamente nel confine più pericoloso, un'accurata perlustrazione diurna e notturna di quattro o cinque carabinieri, affinchè niun sconosciuto senza regolare passaporto intendesse a penetrare in questo Stato. Tale perlustrazione continua tuttavia e continuerà finchè io ne avrò ordini in contrario».
Se non che «la direzione della polizia di Bologna è venuta a sapere che, nella notte del 21 corrente, arrivò a Porretta un giovane forastiero, carico di armi e di denari»; non poteva essere che lui, e se lo lasciò sfuggire.
Ma il governatore, pure confessando la sua pochezza poliziesca, si permette di osservare che «le premure della circolare versavano sul fuggitivo Napoleone Luigi»; ora quel forastiero non poteva essere lui, perchè era un giovane, mentre il mentovato soggetto per cui sono tante premure, «se le cronache anche ufficiali non ingannano, deve contare per lo meno quarantadue anni, avvegnachè sia nato nel 1804».[111]
Inutile riferire i particolari di questo errore della polizia papale: interessante è conoscere in quale condizione e reputazione fosse nel 1846 colui che fu dopo Napoleone III, arbitro d'Europa.
Pietosa è la fine del fratello maggiore Carlo, a Forlì, in quel marzo 1831. Ne parlano due semplici cronisti; e poichè il loro racconto è inedito, mi pare bene riportarlo per intero.
Il 6 marzo (1831) i due fratelli con altri insorti mossero a cavallo da Bologna per Forlì e vi giunsero il dì 9. Due giorni prima del loro arrivo il Grabinski e l'Armandi[112] annunciavano come l'Austria aveva rotta la «non intervenzione»: chiamavano alla difesa della patria chiunque fosse armato «di fucile, di qualsiasi calibro, anche da caccia, di spada, di falce, chè ogni arma è atta quando viene impugnata da una destra che desidera e vuole essere libera». «Io sono polacco — stampava nei suoi proclami il Grabinski — , ma da lungo tempo sono italiano. L'Italia e la Polonia si assomigliano nella sventura e nel valore. Il grido di guerra italiano è questo: O libertà o morte! Viva l'Italia, viva la libertà!» Fra tali grida, fra tale tumulto, in mezzo a quel disperato e vano correre all'armi, in quella morta e vetusta città di Romagna venivano i due eredi del nome di Napoleone.