Scrive l'uno dei cronisti:[113] «Al proclama del generale (Grabinski) si aggiunse un ordine del giorno del comando militare della Guardia Nazionale, il quale avvertiva che per notizie avute da Bologna i Tedeschi non movevano per ora da Ferrara. Questo avviso scacciò il malumore dall'animo di molti e li richiamò all'allegria. Andavansi intanto concentrando in Forlì soldati di ogni arma. Giunsero quindi nel dì 9, distaccamenti di carabinieri, dragoni e soldati di linea già pontifici, che avevano preso servizio sotto i vessilli nazionali. Giunsero pure nello stesso giorno, provenienti dallo Stato toscano, li fratelli Napoleone e Luciano Bonaparte, figli di Luigi Bonaparte ex-re d'Olanda e nipoti del fu Napoleone imperatore de' Francesi e re d'Italia. Questi giovani nel recarsi in coteste provincie rivoluzionate non avevano avuta altra mira che di cooperare colla loro vita e facoltà alla rigenerazione d'Italia e non già d'inalzarsi alla grandezza del trono, come taluno si permise di dire. Tutti quelli che gli avevano praticati, ed erano stati molti, attesa la soavità delle loro maniere, facevano fede che il loro unico scopo era quello di meritarsi la nobiltà con azioni virtuose e libere, e di far uso delle ricchezze pel bene della società, al qual per arrivare, avevano già chiesto di essere semplici soldati della nazione, ben conoscendo non potersi conseguire l'onore de' gradi che col dar prova di senno e di valore e non già per gl'illustri natali e per la copia delle facoltà. Ma questi loro desiderii non poterono mandarli ad effetto, atteso che il primogenito Napoleone, assalito in questa città da flogosi acuta ai polmoni congiunta alla rosolia, dovette soccombere al ferale colpo di morte nel giorno 17 anzidetto marzo ad un'ora e mezza pomeridiana.[114] Non aveva egli che cinque lustri, era di forme leggiadre, di ardire magnanimo, d'ingegno sublime. Ogni cittadino fu tocco di vera doglianza, per l'immatura morte di questo giovane virtuoso. Venne trasportato in Duomo con funebre accompagnamento, ma non con quegli onori militari che si convenivano alla nobiltà del suo animo. Accorsero peraltro moltissime persone nel tempio ad offrire all'onorata sua spoglia tributi di lagrime e di sospiri. Terminata la funerea funzione, venne trasportato nella sacrestia della canonica ed ivi imbalsamato. Richiesto dai suoi parenti domiciliati in Firenze, venne posto in una cassa e colà trasportato. Non rimaneva dunque in Forlì nessuna pietra che segnasse l'epoca della morte di questo giovane principe, nessuna carta che ne tramandasse ai posteri la memoria. Il nostro concittadino, il dottor Zauli Sajani, dedicò alla memoria del principe una sua tragedia, la «Pia», con queste parole: «Fu il giorno 17 marzo che tu negli anni della speranza fosti rapito all'Italia ed in questa mia patria spirasti allorchè spirò, appena nata, la Libertà. Giorni di pianto! Tu preso d'affetto caldissimo per lei, correndo fra noi combattevi soldato tra le file dei soldati: tu sentivi le imprese dello Zio guerriero; ed alto acquisto di fortuna reputavi aver perduto le grandezze di regno. Un pensiero di dolore è rimasto di te, che fa ripetere sospirando: Quanto di grande poteva egli fare! E qui non è vestigio della tua perdita, non un marmo che al pio acceso di patria carità raccomandi la memoria delle tue care virtù. Vaglia a riparare l'oltraggio questo mio pubblico tributo, che nell'eroe della tragedia, nel giovane Alardo, può presentare al mondo qualche immagine della libera anima tua. Goditi in Dio la pace del giusto; a lui ragiona della sventura di questa infelice Italia, e fa che d'un sovrumano aiuto la soccorra, l'allegri».

Non pietra non parola!

L'altro cronista, in istile bislacco, su la falsariga del dialetto, ripete il fatto così: «Qui non dobbiamo esimerci dall'esporre ai nostri benigni lettori, che arrivando da tutte le parti gioventù, ed anche persone di perchè,[115] due ne comparsero fra noi, e furono questi i figli di Luigi Bonaparte ex-re d'Olanda, ora conte di San Leu, uno per nome Napoleone Luigi, primogenito, e l'altro Luigi Napoleone, figli e fratelli germani della principessa Ortensia Boarnois (sic) sorella del fu vicerè d'Italia creduta amasia dell'Imperatore Napoleone. Questi due giovani, i quali erano creduti perniciosi od utili[116] vennero immediatamente circondati da novelli progettisti, ma nel tempo in cui qualche cosa doveva operarsi, il maggiore di questi cadde malato e miseramente terminò i suoi giorni nel 17 marzo ad un'ora e mezza pomeridiana nella Locanda del Cappello posta nel Borgo Gottogni (ora Corso Vittorio Emanuele), ove aveva scelto il suo alloggio; e dispiacenti i cittadini di non potergli rendere quei funebri onori militari che si sarebbero convenuti alla nobiltà del suo animo, atteso lo stato di rivoluzione che per anco bambina si facea ombra di tutto, venne deciso che buon numero degli ufficiali di stato maggiore della Guardia Nazionale per altro senz'armi ed altrettanti giovani in abito di costume con torcie accese accompagnassero il feretro fino alla chiesa cattedrale, ove venne in luogo apposito depositata la spoglia mortale, quale poi a richiesta della di lui famiglia venne trasportata a Firenze a cura del nostro concive Giambattista Baratti, accompagnata dal sostituto di cancelleria vescovile Serafino Fornatari e don Pietro Severi in qualità di capellano e colà venne nella chiesa parrocchiale di Santa Trinità ridepositata a disposizione della sua propria famiglia».[117]

Qui noi vogliamo confrontare le parole del cronista Calletti con questo giudizio che Ortensia dà dei suoi figli: «Le sventure senza numero della sua famiglia (parla del figlio maggiore) erano state la migliore delle lezioni. Così senza pregiudizi, senza rimpianti dei beni che egli doveva alla sua nascita, collocando soltanto il suo onore nell'essere utile all'umanità, egli era republicano per carattere. Mio figlio Luigi aveva assolutamente gli stessi sentimenti e gli stessi caratteri».[118] Ora credere come il Metternich ne insinuò l'opinione in Luigi Filippo, che i figli di Ortensia nella ingenuità dei vent'anni combattessero sul serio per una restaurazione napoleonica, è troppo difforme dal vero; nè essi, come bene osserva il Lebey, erano allora avversi al nuovo re di Francia Luigi Filippo, ma speravano in lui, assunto al trono dalla rivoluzione, come vi speravano gli Italiani; ed il suo passato — non aveva esso, duca di Chartres, combattuto a Valmy? — ne dava affidamento.

Certo più tardi ammaestrato dall'esperienza e dallo stesso governo di Luigi Filippo di quante restrizioni sia suscettibile in politica il nome di libertà, formerà altro giudizio e concepirà altre speranze.

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Vittor Hugo, nel libro VI del suo «Napoléon le Petit», rifà la storia dei 7 500 000 voti, su otto milioni di votanti, con cui il 2 decembre '52 la Francia «assolse» il «delitto» dell'anno prima. È una pagina di grande persuasione; e il giorno in cui non vi saranno più compratori di voti e di coscienze venali, oltre a persuadere, moverà a grandissimo sdegno.

Anche questa atroce litania profana di coloro che davano il loro voto al Principe-presidente incamminato all'impero, contiene moltissima verità: «Mio Dio, fatemi alzare le mie azioni di Lione! Gesù dolce signore, fatemi guadagnare il venticinque per cento sulle azioni Napoli-Rothschild! Santi apostoli, vendetemi il mio vino! Beati martiri, raddoppiate i miei affitti, etc.».

Ma anche è vero che quando il deriso eroe di Strasburgo e di Boulogne, ebbe per la rivoluzione del '48 aperte, se non spalancate, al fine le porte della Francia, non aveva nè partigiani nè denaro.

La stessa aristocrazia, creata dallo zio suo, Napoleone, fingeva di ignorarlo. Dell'aristocrazia dei gigli d'oro non si parli: essa gli fu allora e sempre nemica. Il suo Comitato elettorale si componeva di tre sarti, un carbonaio, un barbiere, un tappezziere.[119] Questa povera gente raggranellò, a destra e a manca, i pochi soldi necessari perchè il nome del Principe fosse affisso sulle cantonate di Parigi. Vissuto sempre nell'esiglio, fuori di patria, egli era conosciuto soltanto pel nome, ma questo nome era tale da combattere e vincere da solo una meravigliosa battaglia. «La forza del nome di Napoleone — osserva il Guizot[120] — era in un solo tempo una gloria nazionale, una garanzia rivoluzionaria e un principio di autorità. Ce n'è da sopravvivere ai più grandi disastri».