Ed ecco apparire l'anima meravigliosa del popolo: donne del popolo, figli del popolo, parlanti il linguaggio del popolo, ricordano Napoleone, ricordano l'ombra invendicata del figlio, la gloria di Francia. La vigilia del voto si rideva ancora della candidatura di Luigi Bonaparte. Aperte le urne, con stupore grande, apparve eletto, lui, l'Erede. Il popolo, l'esercito, ecco la forza; ed allora il sogno della sua vita gli parve divenire realtà: essa era di contro a lui, bastava stendere la mano per afferrarla. Allora l'«io» imperatorio e la libertà dei popoli col loro diritto oltraggiato, gli si sovrapposero come un'unica imagine. V'era una spada caduta — quella così mirabilmente ricordata da Vittor Hugo — ed egli la raccolse a difesa di quel diritto e di quella libertà; v'era una missione da compiere, segnata in fronte di chi fosse stato l'erede, ed egli credette a questa eredità o a questa missione. Nella fede di questa missione egli visse, e in questo sogno la nobile Francia lo seguì. Quando aprì gli occhi, «non bene desti»,[121] tempo era per lui di morire; mutilata era la Francia. Vegliava nell'inverno dell'anno terribile la sentinella prussiana.
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A questo punto la vita di Luigi Napoleone sembra scindersi in due: il suo passato evapora nell'oblio, ed è un passato di più che quarant'anni! Ecco l'avvenire! Contro all'avvenire egli muove con l'ansia di colui a cui pare esser tardo; e strana cosa, gli uomini di lui non ricordano bene che quest'avvenire e le sue impronte sanguinose. Fra le lettere del Le Bas v'è questo passo, in cui cotale scissione della vita è intravveduta con una tristezza profonda: «Arenenberg, il delizioso Arenenberg non è che un tempio deserto, da cui la divinità è scomparsa. L'ammirabile donna che ci aveva affidati i suoi figli, non è più. Il suo figlio maggiore la precedette nella tomba, il secondo è portato dal turbine delle avventure e dei perigli di un pretendente al trono!»[122]
Il colpo di Stato, cioè la republica spenta da colui che dalla republica aveva avuto infine il ritorno in patria, e aveva giurato di difenderla, è opera di Luigi Napoleone: nè egli ne rifiutò la paternità, nè mosse recriminazione o publiche accuse ai complici. È di due settimane dopo il 2 decembre questa lettera all'Arese: «Fa ciò che devi, avvenga quel che vuole avvenire.... Il «successo» non mi farà mai dimenticare l'amico del tempo della sventura che attraversava il mare per recarmi un conforto».[123]
In quali proporzioni poi vi abbiano contribuito l'ambizione dell'uomo, le condizioni di quella democrazia, i catilinari che si assieparono intorno al pallido erede, non è questo il luogo di esaminare: certo il Cavour presentì il fatto sino dal '48, e si preparò a ricavarne il maggior utile. Tuttavia non è da omettersi che l'esecuzione tecnica di quella congiura, lo strazio del coltello operatorio, non solo nelle parti reputate cancerose, ma nelle carni sane di Francia, il freddo eccidio dei pacifici e degli innocenti, che venivano quasi incontro all'impero, eccidio compiuto a documentazione, è opera del Morny, suo fratellastro, che si accorse allora soltanto di quel molto utile consanguineo, il duca di Morny, un malfattore, come lo chiama Vittor Hugo, dall'eleganza irreprensibile; «la testa più assennata dell'Eliseo», come lo chiama l'Hübner.[124] Egli, poichè Luigi Napoleone esitava davanti all'effusione del sangue, avrebbe parlato così: «Monsignore, in materia di guerra civile non è proibito ai capi di andare alla battaglia coi guanti; ma non bisogna che i guanti impediscano al sangue di arrossare le mani e di entrare un pochino sotto le unghie», ed è lui, il Morny, che scrive in una nota del 3 decembre al Magnan: «Bisogna far la cerna di ciascun quartiere della città, prenderlo per fame o invaderlo col terrore».[125]
Questo stato dell'animo di Napoleone ci risulta anche per la testimonianza dell'ambasciatore austriaco, Hübner, osservatore, ahi, troppo acuto. Quella sera, 2 decembre, Luigi Napoleone era atteso a pranzo dal signor di Turgot. Ma invano lo si attese: «Luigi Napoleone, soffrendo di emicrania (e c'era di che soffrirne), s'era messo a letto ed aveva dimenticato di far le sue scuse»; e in una nota, evidentemente molto posteriore, aggiunge: «Più tardi si seppe che era completamente démoralisé, che Morny, Persigny, atterriti da questa défaillance, lo avevano persuaso a coricarsi».[126]
È per tale processo che questo uomo buono acquistò il terribile aspetto di malfattore coronato, si acquistò la reputazione di un'astuzia meravigliosamente crudele, di una «cupa energia»[127] nel male. Grande è il suo ingegno, ma è «l'ingegno dello spirito del male, condannato a ignorare gli istinti sublimi del bene che fremono nel cuore degli individui e delle Nazioni; egli è il maestro nella conoscenza d'ogni triste tendenza; egli è il tentatore che fiuta la colpa»; egli è l'inauguratore di «una nuova Santa Alleanza tra le potenze che rappresentano il dispotismo in Europa».[128] Egli tace, egli sale all'altissimo Olimpo del potere imperiale. Qualche volta, tuttavia egli parla; oh, ma «allora egli non parla, mente. Quest'uomo mente come gli altri uomini respirano. Annuncia un'intenzione onesta? State in guardia. Afferma? Diffidate. Fa un giuramento? Tremate».[129]
Quando mai d'un uomo fu diffusa più orribile reputazione fra gli uomini? Orribile; mai anche terribile! Non c'era da approfittarne? E se allora un uomo generoso invece di scrivere, colpì, in odio a quelli che scrivevano soltanto, quale meraviglia?
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Ma l'Hübner è più sottile, meno fragoroso, più semplice; forse perchè scrisse per sè e non per il publico. Il colpo di Stato con la strage dei pacifici borghesi, è disgustante anche per lui, però la congiura è stata architettata da maestro. Bella!