«Ieri, lunedì sera, all'Eliseo, come al solito, ricevimento: non uno sguardo, non un gesto ha tradito l'emozione dei cospiratori».[130] E al mattino seguente la città, svegliandosi, si è trovata sotto il pugno militare! Che cosa ne uscirà? L'Impero?

«Sopra le rovine del parlamentarismo — scrive pochi giorni dopo il 2 decembre il conte von Hübner con il suo inchiostro più ironico — si vede in Francia una sedia curule, occupata da un deus ex machina, un Publicola, qualcosa di simile ad un Imperatore: ma i suoi amici lo chiamano Augusto,[131] per distinguerlo dallo zio, che è Cesare».[132] E che razza d'Impero sarà? Un Impero conservatore, senza dubbio. Già intanto, ammirabile osservazione, «ogni uomo che arriva al potere, non è sprovvisto di istinti conservatori; e un primo passo l'ha già fatto Luigi Bonaparte in questo senso, mostrandosi favorevole alla Chiesa». Initium sapientiae timor Domini! «Bisogna, mi sembra, incoraggiarlo a continuare su questa via. Un regno pacifico con ogni sorte di godimenti, deve, credo io, ben sorridere a lui e agli altri! E allora dovrà seguire una politica conservatrice, fatta appunto per rassicurare gli antichi sovrani e disporre il loro animo alla benevolenza di accogliere il nuovo venuto come un loro pari».[133] «Odia il parlamentarismo, e questo va bene»; ha frenato i partiti rivoluzionari, e va anche meglio; ma ahimè, osservandolo bene, comincia a dubitare. Parla poco l'Imperatore, ma quel poco basta a lui per capire: gli ha parlato di una cosa fantastica: della «ricostruzione»[134] della Francia. C'è di peggio ancora: «è uno spirito torbido, sognatore, fantastico».[135] È un astuto, conosce l'arte del cospirare ma è esitante; ma la vera saggezza politica, l'attitudine delle profonde combinazioni, etc., etc., sono qualità a lui affatto estranee.[136] E c'è di peggio: «come Bonaparte e come carbonaro, egli è doppiamente figlio della Rivoluzione. Venuto fuori da una cospirazione militare, non potrà gettar le basi d'una monarchia conservatrice. Lo si potrà tenere a freno per qualche tempo»,[137] ma poi andrà a rompersi le corna anche lui!

Ma il maître si fa sempre più silenzioso, più cesareo, più impenetrabile, quanto più monta la fortuna dell'Impero. Lo stesso Hübner ne è turbato. Che abbia sbagliato nelle sue previsioni? Ora par che tremi anche lui. Le Tuileries quanto a magnificenza ed etichetta non hanno confronto e l'Hübner se ne conforta col pensiero che v'è qualcosa di teatrale, di offembachiano, in quella messa in scena imperiale: pensa con soddisfazione che la mancanza di un passato nega ogni garanzia per l'avvenire.[138]

E sulle Tuileries, dopo i catilinari, piombano «tutti coloro che alcuna cosa di straordinario di ottenere desideravano»,[139] tutti gli avoltoi umani. «Con noi movesti alla conquista, con noi devi marciare, buon figlio di Ortensia!»

«Ma non fu questa la mia meta. Il bene è la mia meta. Questi malvagi alleati mi vogliono uccidere; e con me la Francia e la libertà!» Abbiamo più volte ricordato Vittor Hugo. Egli ha un suo grande romanzo, «L'uomo che ride», in cui il personaggio principale ha nome Gwynplaine. Esso è un povero fanciullo che fu rapito dagli zingari. Con due orrende fenditure ai lati della bocca ne fecero una maschera ridente. Il miserabile è diventato pari e lord.

«Che c'è da ridere?»

«Io non rido».

«Dunque tu sei terribile!»[140]

Così si può dire di Luigi Bonaparte: «Voi mentite!»

«Io non ho mentito».