*
Quando l'Impero crollò, e fu un attimo, colei che era stata tanta parte e tanto inconscia parte di quella ruina, pronunciò una parola tragica, che sembra come la sintesi di quell'Impero: Rêve creux![141]
III.
Il colloquio di Plombières.
Fu il dottor Conneau[142] che «viaggiando per diporto», capitò un bel dì in Torino e fece sapere al conte di Cavour che, se si fosse trovato «per combinazione» a Plombières, dove era l'Imperatore, non si sarebbe pentito del viaggio.
Questo piccolo paesello dei Vosgi, ove sono sorgenti di acque salutifere, è rimasto celebre nella storia della salute d'Italia e ricorda una fra le più famose cospirazioni di Napoleone.
In una lettera éternelle[143] (sì, veramente eterna!) scritta su di un tavolino d'albergo in Baden, il 24 luglio, notevole per ordine e lucidezza benchè egli, pel difetto del tempo, si scusi del disordine delle idee e delle incoerenze dello stile, il Cavour dà contezza al suo Re dei colloqui avuti con l'Imperatore e prega il Re di volerla conservare per potere, al suo ritorno in Torino, estrarne quelle note che sarebbero state del caso. La pratica dell'antico giornalista nel fissare un colloquio non è andata perduta; ma al di là della fedele esposizione delle parole sta la visione delle cose future e mirabili.
L'Imperatore cominciò dicendo che «egli era risoluto a sostenere la Sardegna con tutte le sue forze in una guerra contro l'Austria, a patto che la guerra avvenisse per una causa non rivoluzionaria e potesse trovare giustificazione dinanzi alla diplomazia e più ancora dinanzi all'opinione publica di Francia e d'Europa».
Questa causa «non rivoluzionaria» non era, in verità, facile a trovare, appunto perchè la guerra aveva una causa rivoluzionaria. Si pensò ai trattati di commercio male osservati dall'Austria verso il Piemonte; ma era argomento troppo debole. Allora il Cavour mise fuori, come pretesto, l'occupazione austriaca delle Romagne e le fortificazioni intorno a Piacenza. Questa proposta non piacque all'Imperatore. Al congresso di Parigi[144] queste buone ragioni non erano valse a produrre un intervento della Francia e dell'Inghilterra in favore dell'Italia: non potevano perciò allora giustificare un appello alle armi. «D'altronde — aggiunse l'Imperatore — finchè le nostre truppe sono a Roma, io non posso esigere che l'Austria ritiri le sue da Ancona e da Bologna».[145]
Lo scottante argomento fu abbandonato, e i due personaggi si misero in cerca, in quel sereno giorno d'estate, di una nube apportatrice di tempesta, e dopo aver viaggiato per tutta la penisola senza fortuna, giunsero, quasi non avvedendosene, a Massa e Carrara, e qui scoprirono ciò che cercavano con tanta premura. Massa e Carrara appartenevano al duca Francesco V D'Este, imparentato con la Casa d'Austria. Francesco V[146] manteneva le tradizioni paterne, e benchè il suo trono fosse assai piccolo, «un guscio da castagna», grande tuttavia era il suo orgoglio, chè non aveva ancora voluto riconoscere Luigi Napoleone come Imperatore di Francia. Questo diniego faceva buon giuoco all'Imperatore. Dunque si provocherebbe una supplica di quelle popolazioni a Vittorio Emanuele, domandandogli protezione e reclamando l'annessione alla Sardegna: Vittorio Emanuele non avrebbe accettato tale dedizione; ma assumendo la difesa dei popoli oppressi, avrebbe rivolta al duca una nota altera e minacciosa. Il duca, forte dell'aiuto dell'Austria, avrebbe risposto in modo impertinente. Dopo di che, il Re avrebbe occupato Massa, e la guerra sarebbe cominciata.