Ma a noi, potremmo dire noi oggi, questo zibaldone d'Italia non pare niente accettabile. Non ci meravigliamo per Napoleone III, che mette innanzi una restaurazione murattiana in Napoli,[158] e ne fa pensare ad un'altra bonapartista in Toscana; ma ci meravigliamo pel nostro Re, a cui si parla non di «unità nazionale, ma di un ingrandimento territoriale nel nord d'Italia ai regi dominii».[159] È, dunque, la vecchia istoria della famosa foglia del carciofo? Più ci meraviglia pel Cavour, il quale a queste restaurazioni non oppone uno sdegnoso rifiuto e accetta questa, per lo meno ingenua, proposta di una presidenza onoraria del Papa, che il primo a rigettare sarà il Papa stesso.
Qui si risponde che per ciò che riguarda l'idea unitaria essa è troppo sottile questione, per qui ragionarne; e che se a Cavour fu fatta publica accusa;[160] di lui rimangono queste parole in difesa: «Perisca il mio nome, perisca la mia fama, purchè l'Italia sia».[161] Nè egli poteva in quel luglio togliere al suo interlocutore le dolci speranze di restaurare l'Italia come al tempo di Napoleone; nè disilluderlo della sua ingenua fede in Pio IX. Si trattava di ben altro in quell'anno, senza di che era prematuro, almeno, parlare di unità o di federazione. Perchè se il maresciallo conte Radetzky era morto da pochi mesi, c'era tuttavia il conte Franz Giulay, il quale, se nelle arti della guerra valeva meno del suo predecessore, in quelle della pace gli stava alla pari; e troppo vicina alla speranza, ma troppo lontana dal vero era l'opinione che l'esercito austriaco, «accozzaglia di razze diverse», «educato col bastone», comandato da generali aulici «senza genio ed ardire», non potesse resistere; «e l'Austria fosse condannata a cadere».[162] «Gli Italiani d'oggi — scrive il signor Labriola, autorità non sospetta — sembrano perfettamente ignorare che senza la Francia; noi non saremmo mai venuti a capo dell'Austria, che non era nè il Papa nè il Borbone»;[163] e la recente publicazione della corrispondenza tra il Casati ed il Castagnetto giunge a tempo per conoscere quale affidamento si potesse fare sulle organizzazioni guerresche delle nostre masse popolari.[164]
Così ordinate le sorti future d'Italia, l'Imperatore «mi domandò che cosa otterrebbe la Francia, e se V. M. cederebbe la Savoia e la contea di Nizza. Io risposi che V. M., perchè professava il principio della nazionalità, comprendeva che la Savoia dovesse, per tali fatti, essere riunita alla Francia e che per conseguenza Ella era disposta a farne sacrificio, per quanto gli dolesse a rinunciare ad una terra che era stata la culla della sua famiglia, e ad un popolo che aveva dato ai suoi avi tante prove d'affetto e di devozione». «Quanto a Nizza — proseguì il conte — la questione era differente, giacchè i Nizzardi tenendo per origine, per linguaggio, per usi, più del Piemonte che della Francia la loro annessione alla Francia sarebbe stata contraria a quel principio di nazionalità pel cui trionfo si stava per impugnare le armi».[165]
A queste parole, con cui il Cavour ritorceva contro Napoleone il suo fisso principio della nazionalità dei popoli, l'Imperatore si accarezzò a più riprese i baffi e si restrinse ad aggiungere che codeste erano per lui questioni del tutto secondarie, di cui ci sarebbe tempo di occuparsi più tardi.
O, ma non furono mica «questioni secondarie» quando del 1860 ci mandò qui il signor conte Benedetti a dirci che voleva assolutamente non soltanto la Savoia, ma anche Nizza, «quand'anche avesse avuto contro tutta l'Europa». Ciò è vero, però è anche vero che nel marzo del '60, quando capitò a Torino il signor Benedetti, e nel maggio dell'anno stesso quando il conto di Cavour con la spada della logica[166] e del sofisma[167] anche, se pare, costrinse il Parlamento ad approvare il trattato, la fisonomia d'Italia era alquanto diversa, anzi tale quale Napoleone in quel luglio del '58 non si pensava di certo.
Per ciò che riguarda Nizza e Savoia, per ora basterà notare come, circa sei mesi dopo, cioè nel gennaio del '59, quando il generale Niel firmava per l'Imperatore in Torino il trattato segreto dell'alleanza, le sorti della contea di Nizza poterono essere tenute in sospeso sino alla composizione della pace.
Sarà bene, inoltre, ricordare che queste provincie occidentali erano oggetto della più viva aspirazione da parte della Francia sino dal 1815; e che nel 1848 la Francia republicana sperò di annetterle, o intervenendo con l'armi in nostro favore o accordandosi segretamente con l'Austria. Ma intorno a questo argomento non mancherà occasione di riparlare.
Rimaneva a determinare un punto, il più importante, senza il quale tutti gli altri cadevano, cioè come «raggiungere questo scopo», come fare che l'Austria non possedesse più un pollice di territorio al di qua delle Alpi e dell'Isonzo. Su questo punto sarebbe stato inutile consultare il pensiero dell'Austria; una sola soluzione, la guerra. L'Austria alle nostre proclamazioni rispondeva col non ascoltare nemmeno, e troppo spesso, con le carceri e col capestro, il quale era, diventato una specie di istituzione, «una malattia di più!»[168] Si poteva, è vero, attendere un qualche miracolo: ad esempio, un più felice Quarantotto. Ma sereno era l'orizzonte dell'Europa in quell'estate. Si poteva attendere che l'idea di una umanità in sociale lega congiunta, maturasse nel mondo; o fors'anche — poichè questa maturazione appare piuttosto remota — che pur da noi si sostituisse alla minor questione delle nazionalità, la maggior questione degli interessi di classe; una specie di spostamento di termini, che avrebbe prodotto — il modo non è ben chiaro anche oggidì — la fusione di quella piccola questione in quell'altra maggiore e divampante in vasto crogiolo. Vero è che qualcuno oltre l'Alpe e l'Isonzo ne soffre tuttora di questa fusione (se essa è!); e d'altra parte è vero che all'Austria questa forma di guerra non sarebbe spiaciuta: essa anzi ci veniva molto praticamente incontro dicendo: «O buoni popoli, o lavoratori dei campi, chi vuole la guerra contro la materna Austria? Ma i signori, i vostri padroni!»
O Ciceruacchio, o Carlo Zima, o Antonio Sciesa, voi, certo, non credeste a tali parole!
Dunque la guerra: mezzo disonorevole per l'umanità; e fa dispiacere vedere quei due famosi personaggi che, nella pace di una stanza, in un sereno giorno d'estate, tranquillamente, ragionano del modo di muovere trecento mila vite umane contro altrettante vite umane.