È vero; ed infatti da molto tempo si va sempre più parlando di uno specifico sicuro contro la guerra, ed è la pace; se non che sembra succedere di questo rimedio, ciò che capita di certe cure senza dolore, molto vantate per alcune inguaribili infermità: nell'atto pratico non hanno per risultato che il prolungamento dell'agonia, o il medico con molta sorpresa dell'infermo consiglia, senz'altro, l'intervento chirurgico.
Qui l'Imperatore parlò a lungo e disse cose che non erano conformi alle speranze di molti Italiani: «L'Austria, non bisogna dissimularcelo, dispone di enormi mezzi militari. Le guerre dell'Impero ben l'hanno provato. Napoleone ebbe un bel batterla per quindici anni in Italia e in Germania, ebbe bel distruggerle eserciti, mutilarla di provincie, sottoporla al giogo di imposizioni immani. La trovò sempre in campo disposta a riprender la lotta! Ben conviene riconoscere che sul finire delle guerre dell'Impero, quando si venne alla terribile battaglia di Lipsia, furono ancora i battaglioni austriaci che più hanno contribuito a disfare le armate di Francia. Dunque per forzar l'Austria a rinunciare all'Italia, anche supponendo ridotta la questione tra l'Austria e noi, due o tre battaglie vinte sulle vallate del Po e del Tagliamento non sarebbero bastevoli, bisognerà necessariamente penetrare entro i confini dell'Impero e con la spada puntata contro il cuore (cioè a Vienna), costringerla a firmare la pace. Cento mila uomini bloccherebbero le fortezze del Quadrilatero; chiuderebbero la valle dell'Adige. Per la Carinzia e la Stiria, duecento mila uomini marcerebbero su Vienna».
A questo punto noi diciamo: «Villafranca!» L'uomo del 2 decembre s'arrestò a mezzo! Lo disse il Cavour e con quali parole bene vedremo; i padri nostri lo dissero; le rupi dello Stelvio le sanno le imprecazioni del Bixio, e la contessa di Castiglione fissò il giudizio con la crudele improntitudine della donna: «Il mio imperatore ha avuto paura, ed io l'ho abbandonato!»[169]
Ma è dovere di giustizia storica ricordare quanto si legge, cioè che il vecchio Metternich, come seppe degli impegni assunti da Napoleone III con Cavour a Plombières, dicesse: «L'Imperatore ha ancora di belle carte in mano; ma l'Impero rivoluzionario perirà sullo scoglio d'Italia».[170]
Interessante pure è la chiosa che il conte Alessandro von Hübner, figlio dell'ambasciatore, a cura del quale furono publicate le «Memorie», fa alla lettera del Cavour: «le idee dell'Imperatore Napoleone rispondono piuttosto alle aspirazioni, alle velleità del giovanetto di Forlì e del prigioniero di Ham che a quelle che, per lo meno, si sarebbero potute supporre nell'Imperatore dei Francesi, nell'uomo giunto all'apogeo del potere, a cui non restava che consolidare l'eminente posizione occupata». E dopo avere notato lo «strano miscuglio di duplicità e di candore» in Napoleone, «costantemente sbattuto da idee opposte», e la superiorità che su lui ha il Cavour «guidato da un'unica idea, costantemente seguita con tutti i mezzi e fra tutti gli ostacoli», amaramente conclude: «Il progetto del Cavour fu compiuto al di là delle sue più ambiziose speranze. L'Imperatore ha fatto l'Italia unita, prima col sangue e i tesori di Francia, poi con la sua astensione, masterly inactivity, nel 1866. Per coronar l'opera non gli restava che unificare la Germania. Questo còmpito lo adempì a Sedan».[171]
Di questa opinione sono molti scrittori francesi, nei cui libri, di fronte alla guerra d'Italia, è posta Sedan; e mi piace che in questa opinione convenga uno scrittore di temperamento rivoluzionario, il citato Arturo Labriola, il quale parlando di Napoleone III, dice: «Noi Italiani gli siamo debitori di molto; ma lo storico imparziale è costretto a riconoscere che le gelosie europee suscitate dalle vittorie italiane di Napoleone e la perduta amicizia dell'Austria, furono la causa vera del disastro di Sedan. I risultati della politica di Napoleone sono la vera condanna delle sue pretese qualità».[172]
IV.
L'opera del Cavour e l'opinione publica.
Il 26 aprile dell'anno dopo, verso le ore cinque e mezzo del pomeriggio, due signori uscivano dal gabinetto, molto modesto, del conte di Cavour. Ad uno di quei signori il conte aveva consegnato una lettera e l'accomiatava con queste convenzionali parole: «Io spero, signor barone, che noi avremo la fortuna di rivederci in circostanze migliori».
Era infatti, il signor barone di Kellersperg, e l'altro signore era il conte Ceschi di Santa Croce, a cui il Cavour, allo scadere preciso dei tre giorni fissati, consegnava la risposta all'ultimato del conte Buol.[173] L'esercito nemico tardò tre giorni a passare il Ticino, ma fu merito della provvidenza, non del Cavour: egli anzi si aspettava di vedere l'Austria invadere il Piemonte la mattina seguente. Tale possibilità non gli impedì di dire agli amici presenti queste parole: «Alea jacta est. Noi abbiamo fatto della storia... e adesso andiamo a pranzo.» Era infatti l'ora del desinare; ed è lecito supporre che, da quel 20 luglio '58, il conte di Cavour non abbia desinato mai con tanta soddisfazione come quella sera. Spesso anzi, in quei nove mesi, perdette il sonno e la voglia; e la somma di energia che egli trasse dalla sua anima fu tale che noi ci meraviglieremmo se non ci soccorressero le parole di don Abbondio che è «un gran dire che tanto i santi come i birbanti abbiano ad avere l'argento vivo addosso»; e se non pensassimo che una meravigliosa gioia deve accompagnare chi sente la forza di scrivere la storia, non movendo penna o colorando carta, ma movendo uomini ed agitando anime.