La condizione delle cose portarono il Cavour a creare e mantenere in Italia uno stato di rivoluzione prudente, docile ai suoi ordini e rinnegabile in caso di necessità. V'è Garibaldi a Torino che deve apparire e scomparire. V'è Garibaldi che entra in Varese con assisa di generale sardo e il commissario regio ai fianchi. Ma egli la uniforme se l'è sbottonata; ha il frustino in mano, il fazzoletto al collo e intorno cantano: «dàghela avanti un passo». Era molto caldo in quel maggio, però in quel maggio Garibaldi rappresenta anche un bel simbolo!
Questo modo di procedere del Cavour può giustificare tanto l'ironica frase dell'Azeglio «giuochi di bussolotti», quanto l'accusa di opportunismo del Mazzini, il quale procede anche più oltre; dice che questa rivoluzione addomesticata dal Cavour, all'ordine di scoppio fece cecca. È atroce, benchè scusabile l'atrocità in chi vedeva dal ministro della monarchia sfruttato il proprio terreno; ma è anche una bella petizione di causa: dopo la predica del Cavour; quindi a cagione della predica del Cavour;[174] ed è evidente d'altronde che se si voleva mangiare, bisognava accontentarsi di ciò che dava il convento.
Noi oggi non vediamo più che occhi avevano, sgranati e sospettosi, i signori diplomatici, i re, i principi consorti, le regine, e tanti aurei aristocratici personaggi dietro quei re e quei diplomatici, i quali da ogni parte d'Europa oramai s'erano accorti che da quel bel cimitero d'Italia vaporavano gas infiammabili, visibili oramai ad occhio nudo in quel sereno. Guai al temerario che avesse acceso un fiammifero! E si trattava di mantenere acceso ben altro che un fiammifero, ma tutt'un incendio, e specie in Lombardia, dove proprio in quel tempo le cose non andavano bene. Non andavano bene, perchè se l'arciduca Massimiliano avesse seguitato ancora un poco sul serio, chissà come la sarebbero andata a finire. «È urgente — aveva detto il Cavour al conte Giulini — che facciate mettere ancora Milano in istato d'assedio».
Noi agevolmente incolpiamo il Cavour di snervare e attrarre nell'orbita della monarchia la rivoluzione mazziniana; ma dimentichiamo che si trattava anche di calmare in Italia i sospetti di tante brave persone, le quali amavano, certo, la patria; abborrivano, certamente, dal dominio straniero; ma amavano soprattutto il quieto vivere e soffrivano di un'avversione inguaribile per il colore rosso, fosse stato pur quello innocente di una camicia purpurea! Quelli poi che, come l'Hübner, trovavano che in Napoleone III ce n'era anche troppo di nazionalismo e di rivoluzione, non entrano nel conto e non hanno nome. Però egli è caricato della colpa anche di costoro.
Ma oltre a questo si trattava per il Cavour di non perdere più, una volta avvenuto, il contatto con Napoleone III; non abbandonarlo più, come il mastino che ha afferrato il toro; e a dolci tratti fin che è possibile, con la violenza, se è del caso, trascinarlo alla lotta; e poi cominciata la lotta, fare sì che i colpi andassero come egli voleva e non altrimenti.[175]
È singolare; ma in Italia a distanza di mezzo secolo vive ancora conservata benissimo, l'opinione del Mazzini (spiegabile, del resto, allora), cioè che Napoleone III voleva la guerra d'Italia unicamente perchè «la guerra era per lui necessità di vita».[176] Questa opinione vuole essere oggi modificata e l'esposizione semplice dei fatti che si succedettero in quei mesi che corrono dal luglio del '58 al maggio del '59, debbono pur avere alcun valore persuasivo.
Il signor Pierre de Lano,[177] scrittore di molte cose intorno al Secondo Impero, ma non imperialista nè apologista di quel periodo storico della sua patria, dice così con bella enfasi francese: «Due uomini, tragici, in un senso differente, passano attraverso l'avventura del Secondo Impero e spiano l'Imperatore Napoleone III, al modo dei traditori dei melodrammi. Questi due uomini sono i signori di Bismarck e Cavour (per compiere il quadro scenico l'autore vi aggiunge anche due donne fatali, l'imperatrice Eugenia e l'imperatrice Carlotta del Messico). Davanti all'Europa attenta e sottomessa, questi due uomini, Bismarck e Cavour, si levano e osano concepire questo sogno: abbattere l'Imperatore. Davanti all'Europa, curva sotto la magnificenza del nome di Napoleone, di questo nome dalle cui sillabe rombano le collere e le glorie del secolo in sul suo sorgere, questi due uomini formano questo disegno, che sarebbe parso inaudito se l'avessero confidato ai popoli: schiacciare l'Imperatore. Il signor di Bismarck, che volle avere Napoleone III nel suo giuoco, con il recondito fine di sbarazzarsene quando ne avesse sfruttato l'aiuto che desiderava, stava davanti a lui, come un interprete di enigmi davanti alla sfinge, non ben sapendo quale vantaggio, nell'impreveduto degli avvenimenti, ne avrebbe ottenuto. Gli avvenimenti, mettendo Napoleone III alla mercè di Bismarck, fecero di più per lo sconvolgimento dell'Europa che il tipico genio del ministro prussiano. Ben diversamente il signor di Cavour. Il conte di Cavour sapeva a meraviglia e matematicamente ciò che intendeva chiedere allo spirito sognante e umanitario dell'Imperatore, e ciò che intendeva far sorgere dalla sua politica. Più insinuante, meno brutale del signor di Bismarck, che con i suoi modi da orco, con i suoi grugniti atterriva, comprese l'animo di Napoleone III, ne lusingò le aspirazioni. All'unità d'Italia successe l'unità della Germania. Nell'ordine politico dell'Europa il signor di Bismarck è come il corollario del signor di Cavour: l'uno e l'altro prendono del sangue francese per cementare la gloria della loro patria; e l'uno e l'altro si dividono le spoglie dell'Imperatore, il signor di Cavour s'impadronisce del suo cuore, il signor di Bismarck lo colpisce al capo».
Il signor De Lano, come francese, non ha obbligo di conoscere l'alta gentilezza italica del Cavour; ma a noi è lecito riformare alquanto simile giudizio, e ricordiamo che il Cavour morì prima della guerra del Messico, di Sadowa e di Sedan.
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I moti italiani del '21, del '31, del '48, sono ripercussioni di sconvolgimenti europei. Ma nel 1859 si trattava di muovere le cose da uno stato di inerzia, di agitare la fiaccola di Marte fra persone che domandavano pace: in questo, popoli e sovrani si potevano dire concordi. Inoltre da poco tempo s'era chiuso il Congresso che seguì alla guerra di Crimea.