In quel congresso di rappresentanti di Re, Imperatori, Regine, un piccolo ministro di un più piccolo Stato aveva abilmente parlato su cose che potevano anche essere giuste; ma certo erano intruse e pericolose ad agitare.[178] Alcuni di quei diplomatici avevano approvato; ma al nutus nessuna folgore era seguita. Ora l'Inghilterra, che in quel congresso aveva assentito con maggiore simpatia alle parole del conte di Cavour, fu proprio quella che oppose i più pertinaci impedimenti alla guerra.
Già dal 9 decembre 1858 la regina Vittoria, gravemente impensierita dei disegni dell'Imperatore riguardo all'Italia, scriveva al ministro degli esteri, conte di Malmesbury: «Tutto ciò che si può fare per distogliere il pensiero dell'Imperatore da un simile disegno, dovrebbe essere fatto. Egli non vuole riflettere a ciò che fa e non vede se non quel che desidera». Alla sua volta sir Hudson, ministro britannico in Torino, s'affaticava in consigli di somma prudenza: «I ministri inglesi hanno per l'Italia il più vivo interesse, ma pel momento l'Inghilterra è occupata nella questione d'Oriente e non può occuparsi dell'Italia, sia perchè non si possono condurre di pari passo due affari così gravi, sia perchè l'Inghilterra si trova costretta ad aver riguardi per l'Austria che essa considera come la spada destinata a tenere in iscacco la Russia».[179] (L'Inghilterra, è noto, facendo economia di spade, si è servita spesso di quelle degli altri). La Russia invece, per una ragione altrettanto valida, quanto contraria a quella dell'Inghilterra, ci prometteva la sua benevola neutralità e faceva «i suoi voti più ardenti» per il successo della causa italiana, ma al patto che non si facessero mutamenti dinastici. Le cose andavano abbastanza bene, quanto alla Russia, senonchè sir Hudson proseguiva avvertendo che l'opinione publica tanto a Londra come a Parigi, reclamava il mantenimento della pace.
È doloroso dirlo: anche in Francia una guerra per questa Italia dolente non godeva il beneficio di un'eccessiva popolarità. La «plebe dei salons» (questa espressione di forte lievito democratico è del conte di Cavour) era molto avversa all'Imperatore, anzi possiamo dire che per tutto il tempo del Secondo Impero l'ostilità dei salons non disarmò: ostilità alquanto platonica e di olimpico disdegno quella dell'aristocrazia dai gigli d'oro; aggressiva, invece, e battagliera l'aristocrazia orleanista: tutti però papisti, cioè nemici d'Italia. Scrive il Cavour alla Ristori: «È di moda ora in Francia essere papisti e l'esserlo tanto più, quanto meno si crede ai principî che il papato rappresenta».[180]
In su la fine del marzo del '59, al Cavour che domandava ad E. Rendu perchè tanta opposizione alla guerra d'Italia, questi rispondeva: «Essi temono, semplicemente, che voi miriate a Roma». Non era necessario infatti soverchio acume per capire che la rivoluzione italiana tendeva lì, anche se il Cavour assicurava in quel giorno: «che Dio mi guardi dal suscitare un simile vespaio».[181]
Anche quella gente che giudica le cose del mondo con questo deplorevole ma lucido criterio, — che le cose sono da farsi se ne risulta un afflusso di denaro; non da farsi se ne risulta un riflusso, — non era propensa alla guerra; e questa cosa era grave, giacchè fino a quando non cambierà il nostro ordinamento economico, non solo una guerra di re, ma nè anche uno sciopero di nemici del capitale sarà possibile senza il capitale. Ora Napoleone III aveva promesso al Cavour il suo aiuto per contrarre un prestito in Francia, ma il denaro, che suole ubbidire ad un suo speciale padrone, non accorse al richiamo.
Nè più fortunato riuscì il tentativo del banchiere Lafitte in Inghilterra, se è vero che il Principe Consorte riferisce con notevole compiacimento avergli quel banchiere confidato che il Cavour era bankrupt and desperate.[182] La firma d'Italia, anche con la garanzia regia, non valeva 1000 sterline? O ingratitudine anche delle nazioni! L'Inghilterra non ricordava più che un tempo i banchieri fiorentini ammettevano generosamente allo sconto la firma di quei re per somme alquanto maggiori....
La Borsa di Francia non era favorevole alla guerra, decisamente; e riducendo il linguaggio del delicato istrumento in numeri, il banchiere Pereire non ebbe difficoltà a dichiarare all'Imperatore che, se le sue parole all'Hübner (vedremo fra poco), costavano alla Francia un miliardo; quelle di Vittorio Emanuele all'apertura della Camera, non sarebbero costate di meno.
I republicani, certamente, se erano nemici dell'Imperatore, più e meglio dei legittimisti e degli orleanisti, amavano viceversa l'Italia e difendevano la causa della sua libertà. Diciamo il vero: questi erano gli amanti del cuore, e noi dobbiamo credere che se l'avessero potuto, l'avrebbero sposata quest'Italia, senza altra dote o corredo che il più aristocratico blasone del mondo; ma ne furono sempre impediti.[183] E fu allora, del '59, che l'Italia dichiarò ad alta voce che Napoleone era il solo amico che avesse. Cosa non esatta e che offese gli altri amanti: ma tutte le ragazze povere che trovano infine un marito, si esprimono in questo modo, almeno nel primo calore della riconoscenza.
Favorevole era la stampa democratica, già illuminata su le cose nostre da quel grande, e pur meno onorato di memoria di quello che meriterebbero l'alto valore e l'alto senno, Daniele Manin.[184]
Anche gli intellettuali, che avevano letto la «Graziella» del Lamartine, amavano l'Italia; e la trovavano molto estetica così, in quello stato di bellissima Cenerentola; e si sdegnavano di vederla percossa a verghe o coperta di sozzi baci.