Bastone tedesco l'Italia non doma! e in verità qualche giovane Aroldo avrebbe impugnato la spada, anche, per questa Niobe delle nazioni, piangente tra le colonne e le erme torri degli avi. Io dico di voi, generosi cavalieri di Polonia e di Ungheria, che vi crociaste della assisa rossa garibaldina!

Napoleone, pur essendo il maître della Francia, volle, più tardi, consultare con mezzi di polizia l'opinione publica; ma se da questa specie d'inchiesta risultò simpatia per l'Italia, nessuna voce di simpatia per la guerra venne da nessuno dei dipartimenti francesi. Sarebbe stato come l'aiuto platonico di lord Malmesbury.

V.
Il grido di dolore!

Il 1.º gennaio '59, Cavour, mandando gli augurî al Boncompagni, ministro sardo in Firenze, e accennando vagamente alla guerra, scriveva: «Se lasciamo sfuggire la circostanza presente (approfittare dei sentimenti ostili dei due imperatori dell'oriente e dell'occidente verso l'Austria) per tentare l'ultima prova per liberare l'Italia, Dio sa quando l'opportunità si presenterà di nuovo per realizzare l'idea nazionale. Non mi nascondo che l'idea è ardimentosa e piena di pericoli. Ma quando mai un popolo è egli stato redento senza sacrifici e senza rischi?» E questa è, pur troppo, sentenza biblica: sine sanguinis effusione non fit remissio. La lettera terminava con consigli di prudenza, che erano semplicemente il riflesso di quelle difficoltà politiche che dovevano crescere sempre più, sino ad occludere la via. «Finchè la cosa non sia definita — diceva — è necessaria una grande prudenza».

Ma proprio in quel giorno stesso, nel giorno dell'augurio di pace, Napoleone diede il segno del fuoco o, per dir meglio, parve voler saggiare che effetto produceva l'accensione di quella colonna di gas infiammabili, che si librava sull'Italia.

Nel solenne ricevimento di capo d'anno, Napoleone all'augurio del nunzio pontificio così rispose: «Io spero che l'anno che comincia non farà che rinsaldare le nostre alleanze per il bene dei popoli e per la pace d'Europa»; quindi passando davanti all'Hübner, gli rivolse con accento severo queste parole: «A me duole che le nostre relazioni non siano più così buone come io desidererei che fossero, ma vi prego di scrivere a Vienna che i miei sentimenti personali per l'Imperatore sono sempre gli stessi».

La prima impressione dell'Hübner fu come di chi riceva una ferita: da principio non la si avverte. In tuono severo? In tuono di bonomia! Ma che cosa ha voluto dire quel signore? Ma niente. Un momento di malumore. Un'amplificazione della risposta pacifica, rivolta al nunzio, quindi qualcosa di agréable. Ma tutti i volti dei diplomatici pur così rispondendo, sono turbati. Le parole dell'Imperatore sono state udite da tutti. Qualcosa di agréable? Qualcosa di penoso e di grave!

Ed ecco, subito, quelle parole diffuse: panico in Borsa, stupore e turbamento alla Corte: tutti gli occhi su di lui, Hübner. Ma l'Imperatore, ma l'Imperatrice, sono verso di lui nel ricevimento del giorno seguente, di una cortesia ed attenzione estreme. L'Imperatore, appena lo ha veduto, gli è andato incontro, gli ha stretto affettuosamente la mano, gli ha domandato notizie del suo viaggio in Ispagna. «Come è andato il vostro viaggio in Ispagna, dopo che ci avete lasciati a Biarritz?», e tutto questo nel tuono più amichevole, con l'espressione più graziosa. I diplomatici guardano i due interlocutori. Respirano!

Ma non respira bene lui, Hübner. Si reca il giorno 3 dal ministro Walewski per conoscere la vera interpretazione di quelle parole. Avrebbe, tutt'al più, trovato naturale che gli avesse parlato così a quattr'occhi; ma in un ricevimento publico, ma prendere il momento che lui era venuto a fargli gli augurî, per dire una cosa penosa e disobbligante....