«Ma niente era più lontano dal pensiero dell'Imperatore — lo assicura il Walewski — che dirvi qualche cosa di penoso e di disobbligante. Me lo aveva avvertito, qualche giorno addietro, che, in presenza di certi rumori..., vi avrebbe voluto fare una graziosità! Ora egli è stupito dell'effetto delle sue parole, vi voleva dire soltanto....»
Parigi pure è stupita e costernata. La rendita è ribassata di due franchi. Rothschild è andato, turbatissimo, dall'Imperatore. La stampa pagata fa una carica a fondo contro il ministro dell'Impero austriaco, conte Buol. «La guerra, la guerra, la guerra; ecco il soggetto esclusivo delle conversazioni, nei saloni, nei clubs, nei caffè, nelle caserme. I soldati vogliono delle promozioni». Va bene. Ma sulla pelle dell'Austria? Ferve il lavoro negli arsenali militari: ma qualche generale savio, il maresciallo Pélissier, scuote il capo: e c'era lui, Hübner, quando il maresciallo Pélissier crollò il capo. Ha visto Thiers: lo incontrò ai Campi Elisi. Hanno passeggiato insieme. L'ex-ministro di Luigi Filippo ha lasciato allora allora il conte e madama Walewski: «Si è studiato di far loro capire che sarebbe da pazzi separarsi dall'Austria e riformare i trattati della Santa alleanza!» Manco male! È quello che dice anche lui, Hübner. E di altre cose il Thiers ha ammonito il Walewski, cose che a lui, straniero, non possono essere dette. Il Walewski ne è rimasto tanto persuaso che ha domandato a Thiers il permesso di riferire le sue parole all'Imperatore.
Il conte von Hübner, ambasciatore austriaco da molti anni alla corte di Francia, era uomo di mente acuta e fine, come dice lo stesso suo volto. Amabilmente epicureo, aristocratico sino nell'ironia della frase, imbevuto sino al midollo di pregiudizi austriaci e dinastici, pur tuttavia non è una figura antipatica. È uno spirito conciliante e prudente, quanto pedante e irascibile è il suo principale, conte Buol, dichiarato dall'Hübner «bad temper, cattivo carattere, che non lascia alcuna occasione per esser scortese».[185] Dall'amore ai buoni studi, dalle riposate mense, dalla dolcezza della sua famiglia, deriva talvolta non so quale umanità e filosofia. Egli da parecchio tempo s'era accorto che la pace tra Francia ed Austria stava poco bene, aveva il sangue viziato, e per colpa dell'Italia; e l'Imperatore da un anno e più gli teneva il broncio, ma così presto e in quel modo non se la sarebbe aspettata. Guastargli la sua pace, i suoi dîners, i suoi studi storici! Oh, ma egli ha studiato la storia, e badi bene l'Imperatore: nemo potest duobus dominis servire:[186] «non si può essere in una sola volta l'amico delle grandi potenze, il custode del diritto publico in Europa; e nel tempo stesso l'amico, il confidente, l'aiuto morale oggi, domani l'aiuto materiale del signor di Cavour. La confidenza della Francia nella saggezza, nella moderazione, nella sincerità dell'uomo che la governa è scossa. Egli vuol fare una politica di avventure, andare per simpatie e antipatie. Gli hanno dato ad intendere che lo stato d'Italia è insostenibile, che non si saprebbe tenere a freno la Sardegna; che la Lombardia si solleverebbe come un solo uomo; che la Penisola sarebbe coperta di fuoco e di sangue; che ciò era imminente, inevitabile; ma una questione d'Italia non esiste che nella mente del signor di Cavour». Badi l'Imperatore a quello che fa, perchè, sì anzi, supponiamo «che l'Europa resti impassibile al duello, che la Francia ottenga nella guerra dei grandi successi, supponiamo anche — è il signor Drouyn de Lhuys che cerca di raddolcirgli le amareggiate digestioni — supponiamo anche, ciò che mi pare impossibile, che si riesca a spezzare le vostre linee fortificate sul Mincio e sull'Adige, mettiamo anche che si riesca a cacciarvi nel Tirolo: badate bene che non c'è nessuna buona ragione per pensare a tutto questo: ma supponiamolo. E dopo? Dopo si resta in un tête à tête con la Sardegna, il Papa e l'Italia. E allora? Allora, questo grazioso tête à tête ci metterà in un dedalo senza uscita, che sarà la nostra rovina»,[187] «Parole profetiche!» esclama Hübner, che visse tanto da vedere Sadowa, Mentana, Sedan. «Non si può stare in bilico tra le baionette della coalizione europea e i pugnali dei cospiratori, che gli daranno tregua soltanto fino al giorno che strapperà i trattati e sfiderà l'Europa».
Prosegue e scrive al conte Buol: l'Imperatore non ha voluto ricevere l'amico Persigny, che vuole la pace; ha fatto finta di non udire il buon Cowley, che gli domanda udienza e vuole la pace; ha detto che se la Borsa non è con lui, la Francia è con lui. Oh, ma il reviendra, reviendra, tutto si calmerà, il revirement oramai è completo: questione di trovare una via d'uscita: glielo assicura Persigny che ama la pace; Walewski che non crede alla guerra; lo stesso segretario dell'Imperatore Mocquard, depositario del suo pensiero. Tutto si calmerà. Povera piccina! Chi? Clotilde. L'ha vista al gran pranzo delle Tuileries. Povera sacrificata! L'Austria cavalleresca non porterà la spada contro di lei. Assomiglia al babbo, Vittorio Emanuele; ma il labbro, il cuore è degli Absburgo: ha il fare principesco, ma un po' rigido delle sue arciduchesse.[188] Il cuore di Hübner s'allarga: l'Imperatore è gaio. S'è liberato d'un peso enorme: gli ha detto che lui ha avuto torto, Hübner, di essersene avuto a male di quelle lontane parole del primo d'anno. «Nessuno meglio di lui saprebbe rappresentare l'Austria». (È quello che ha sempre pensato lui, von Hübner). Non più guerra. In quel giorno del primo dell'anno Napoleone pensava a Belgrado, all'intervento austriaco a Belgrado. È una deliziosa serata quella delle nozze: gli artisti del Conservatorio dalle gallerie, in alto, cantano durante il banchetto: mille faci, lampade, donne abbaglianti. Quelle melodie vengono dal cielo. È molto gaio l'Imperatore: una piccola discussione, Sire, una discussione accademica, che dura da anni, se vi pare:
«Quando, durante la guerra d'Oriente, Austria e Francia erano francamente unite, l'Italia godeva della più profonda tranquillità.... Si crede ora che la buona armonia fra queste due grandi potenze sia turbata, ed ecco l'Italia inquieta....»
«Vero, perfettamente vero ciò che dite. Ma converrete, caro Hübner, che con tutto questo un sentimento nazionale in Italia c'è!»
Mai, su questo punto, mai, Hübner concorderà con l'Imperatore. Ha studiato la storia. «La Penisola non possiede la stoffa per formare una nazione che possa essere indipendente e fare da sè».[189] Ma in quella indimenticabile sera l'aria della sala dei marescialli era così impregnata di conciliazione che vi lascieremo il conte von Hübner a meditare su la speranza di salvar la Pace.
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Interessante è il commento che di quel colpo di scena del primo gennaio dava ai «felici sudditi» la «Gazzetta ufficiale di Milano»: «Quelle parole, proferite stringendo la destra all'ambasciatore d'Austria, produssero su tutti i componenti il Corpo diplomatico buona impressione, ravvisando eglino in tale circostanza il desiderio sincero dei Francesi di coltivare l'amicizia cordiale con l'Imperatore d'Austria. Ciò e tanto più evidente in quanto che, se Napoleone non nutrisse tale desiderio, ei non avrebbe espresso il suo rincrescimento».
Questa interpretazione pacifica non si accordava però con quello che avveniva nell'ordine dei fatti: l'Austria metteva l'esercito d'Italia in assetto di guerra e stringeva le armi attorno ai piccoli suoi protetti, i sovrani d'Italia: nè le dichiarazioni del governo di Vienna furono meno esplicite: «Noi non vogliamo abdicare al nostro diritto di intervento. Noi non consiglieremo ai governi italiani alcuna riforma. La Francia sostiene la parte protettrice delle nazionalità: noi saremo e resteremo protettori del diritto dinastico». Così il ministro Buol, l'11 gennaio, all'ambasciatore inglese lord Cowley, che tanto affare si diede, tanto viaggiò e parlò, come vedremo, per fare che i contendenti si stringessero almeno la mano. Il principe consorte della regina d'Inghilterra, uomo di acuto senno, così scriveva al re del Belgio: «Se le parole di Napoleone fossero state pronunciate dopo una insurrezione a Milano e dopo una serie di atti di violenza dell'Austria verso i suoi sudditi italiani ribelli, la faccenda sarebbe stata tutt'altra! Ma parecchi mesi trascorsi nel meditare se sia cristiano, politico e vantaggioso fare la guerra, sono un grande impedimento per l'Imperatore, e la Borsa è un'eloquente predicatrice di pace».[190]