Anche al Cavour, contrariamente a ciò che si può da noi credere, non parvero felici ed a tempo quelle parole. Gli balenò in mente il detto esopiano: nunquam est fidelis cum potente societas? Sicura, come sempre, l'osservazione morale: «quella bravata mi ricorda la maniera di fare del suo zio, alla vigilia di dichiarare la guerra».[191] Ad ogni modo, giacchè bisogna procedere con l'alleato più potente, ecco, in data 6 gennaio, le istruzioni ad Emanuele d'Azeglio. L'ambasciatore di Vittorio Emanuele ha la consegna di sospirare, lamentarsi davanti agli impassibili ministri inglesi dell'orribile condizione che è fatta al povero Piemonte: «voi ci dovete rappresentare come gente che corre verso l'abisso pur di salvare il suo onore». Lo avverte poi che il prossimo discorso della corona conterrà qualche cosa di triste e di risoluto. «Io credo che sia questo il solo mezzo per scuotere un pochino la dura fibra inglese!»
In verità fu piuttosto qualcosa di risoluto che di triste; ed è la frase, divenuta popolare, grido di dolore; ma essa non era stata fusa nel cervello del Cavour per essere incastrata nel discorso del Re; e ciò per la ragione che ora vedremo.
Quanto poi a scuotere la fibra inglese, fu altra cosa: quel grido di dolore, lanciato come una sfida alla tranquillità dell'Europa, provocò un'irritazione profonda nella fibra inglese; della quale irritazione si fa interprete lord Malmesbury in una nota fulminante, in data 13 gennaio (tre giorni dopo il discorso del Re), al suo incaricato, sir Giacomo Hudson, da comunicare al Cavour. «Il governo di S. M. è stupito che il governo sardo, il quale ispirò quel discorso, non si sia preoccupato dell'impressione che avrebbe probabilmente causato in un paese così agitato, come è oggi l'Italia, da giuste o esagerate speranze di cambiamento nella sua politica interna. Vi invito a rappresentare al conte di Cavour la terribile responsabilità a cui egli, senza essere assalito da alcun Stato straniero, e senza che il suo onore sia in causa, va inevitabilmente incontro col provocare, come fa, una guerra europea, ponendo in bocca al suo Sovrano parole di conforto ai sudditi di altre potenze, scontente dei propri governi».
Ecco: il conte di Cavour se ne era occupato; ma non preoccupato, perchè era appunto quello che egli voleva. Oh, ma la fibra inglese non è tenace per nulla!
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Il discorso che Vittorio Emanuele doveva pronunciare il 10 gennaio davanti alle Camere, era già stato abbozzato dal Cavour sino dal 30 decembre, e terminava così: «l'orizzonte in mezzo a cui sorge il nuovo anno non è pienamente sereno (in origine anzi, era detto minaccioso); ciò non sarà per voi argomento di accingervi con minore alacrità ai vostri lavori parlamentari. Confortati dall'esperienza del passato, aspettiamo prudenti e decisi le eventualità dell'avvenire. Qualunque esse siano, ci troviamo forti per la concordia e costanti nel fermo proposito di compiere l'alta missione che la Divina Provvidenza ci ha affidata». Questo linguaggio a noi, che leggiamo in un tempo in cui le sentinelle austriache non sorvegliano più le belle sponde del Ticino, può sembrare prudente di soverchio; ma ai ministri del Re parve invece arrischiato, anzi temerario: la quale cosa ci potrà maggiormente meravigliare se pensiamo che i ministri si erano accordati nel concetto che il discorso dovesse essere vigoroso ed esplicito, in modo da far buon'eco alle parole dell'Imperatore all'Hübner.
È supponibile che tra il Cavour e gli altri ministri la discussione deva essere stata animata e senza il beneficio dell'intesa, se è vero che la conclusione fu di farne arbitro l'Imperatore stesso. Nel giugno del '38 il Mazzini aveva publicamente ammonito «che la politica del Cavour e del marchese d'Azeglio non sommeranno che a disfare il Piemonte»;[192] nè è troppo ardito il supporre che molti in Piemonte, partendo, certo, da pensieri diversi, giungessero alla stessa conclusione del Mazzini. In tale politica perigliosa fu ventura d'Italia l'animo di Vittorio Emanuele, allora e poi pronto ad accogliere le deliberazioni più ardite; e ciò si può dire senza preoccupare per questo il giudizio che di lui si voglia comporre. Fu, dunque, richiesto l'Imperatore. Quest'uomo che noi conosciamo, o statuariamente composto a cavallo nell'atto di levare il berrettino al popolo, o dominante su le Tuileries per bene ingannare il popolo, aveva gran conforto nell'appartarsi per lunghe ore nel suo studio e quivi meditare e lavorare in compagnia di qualche suo segretario, fra cui il Mocquard, uno dei più fedeli interpreti del suo pensiero. Vestito semplicemente d'una veste da camera, calzoni larghi, accendendo senza interruzione un numero interminabile di sigarette, nelle sue rapide note a matita, cospirava diplomaticamente, se così piace di credere. In quell'anno la visione imperiale gli si disegnava come un'aurora: Sadowa, Queretaro, Mentana, erano ben lontane.
La mattina del 7 gennaio, giunse la risposta dell'Imperatore; a matita aveva scritto: «giudico ciò troppo forte (cioè le eventualità dell'avvenire), io preferirei qualche cosa del genere che segue». E qui aveva dettato al Mocquard, di cui era il carattere a penna: «Quest'avvenire non può essere che felice perchè la nostra politica s'appoggia sulla giustizia, sull'amore della libertà, della patria, dell'umanità: sentimenti che trovano un'eco in tutte le nazioni civili. Se il Piemonte, piccolo per il suo territorio, conta per qualche cosa nei Consigli d'Europa, è perchè esso è grande per le idee che rappresenta e per gli affetti che ispira. Tale condizione ci mette, senz'alcun dubbio, in molti perigli e tuttavia, pur rispettando i trattati, non possiamo restare insensibili alle grida di dolore che giungono a noi da ogni parte d'Italia. Confidenti nella nostra concordia e nel nostro buon diritto, come nel giudizio imparziale dei popoli, sappiamo attendere con calma e fermezza i decreti della Provvidenza».
Questa correzione di Napoleone parve ben più ardita che le «eventualità dell'avvenire», e il far giungere «a tutti i gabinetti d'Europa un'eco dei gemiti che si elevano dal Ticino all'Adriatico», fu giudicato atto tale «da rasentare la temerità». Però «voi potete star sicuro» — scrive il giorno 11 gennaio il Cavour al Joctau, ministro sardo a Berna, spiegandogli «il vero significato del discorso della Corona», — «che noi non commetteremo imprudenze e che noi non ci avventureremo senz'essere certi del concorso attivo dei nostri alleati, non solamente nella sfera della diplomazia, ma anche nel campo di battaglia».[193] La frase «eventualità dell'avvenire», non fu soppressa, ed è anzi in questa lettera così commentata: «Queste eventualità non si faranno aspettare molto, perchè noi abbiamo messo l'Austria in una via senza uscita, da cui non si può uscire che tirando il cannone. Essa lasciò sfuggire l'occasione di fare delle concessioni; e il governo della sciabola che essa deve per forza adottare, non può seguitare».[194]
Le parole di Napoleone III non fecero però cessare le perplessità fra i ministri, stando a ciò che scrive il Massari:[195] «Il consiglio dei ministri si radunò la sera del giorno 8 e la mattina del 9, ma la decisione finale pendeva ancora dubbiosa. Ad ora inoltrata della notte giunse un telegramma da Parigi, nel quale l'Imperatore Napoleone si compiaceva di quelle parole e lodava l'intendimento di pronunciarle. Le perplessità cessarono». Il resto è noto.