La mattina del giorno 10 il Re Vittorio Emanuele aveva un poco di male di gola. «Ho paura — disse al Cavour — che il primo tenore con questo maledetto mal di gola canterà male la sua parte»; e tale sicurezza allegra fa onore al monarca, perchè quella parte di primo tenore gli poteva costare anche il trono. Invece il Re recitò molto bene, e l'effetto scenico fu meraviglioso. Le parole, suggerite da Napoleone, il grido di dolore, echeggiarono esse, da sole, come squillo vero di guerra, come espressione sincera, di uno stato di compressione che non si poteva più tollerare: o insorgere o perire. Questa è la vera impasse, la via cieca, in cui l'Austria cacciò sè stessa. Sì, è grido di dolore vero, puro, semplice, carne viva che palpita ancora dai patiboli; lagrime che grondano: questo grido è salito sino al trono dei Re, che è isolatore di certi suoni. Sì, o Re, noi siamo con te per la santa battaglia, per la battaglia, non dell'orgoglio nazionale: più semplicemente, dell'essere o del non essere; di vivere o scomparire. Scomparire come gregge umana, no: oh, i grembi muliebri si fecondano lo stesso anche sotto la servitù straniera; scomparire come anima, come diritto, come storia. Ma quanti lo potevano intendere? I ministri di Prussia, di Inghilterra, di Russia, di Francia, anche l'incaricato d'affari del Re di Napoli, Re Bomba, Ferdinando II, che fu visto «cosparso di cupo pallore»,[196] brava gente, abituata a tutti i giuochi delle parole e degli affetti, poterono informare i loro governi che la rappresentazione scenica di palazzo Madama corrispondeva ad un dramma vero e sanguinante.
A Pio IX non pare che piacesse molto cotale rappresentazione. «Il recente discorso del Re di Sardegna è fatto per riscaldare la testa di tutti i rivoluzionari d'Italia»; opera imprudente perchè anche nei suoi dominii c'erano «spiriti malvagi».[197]
A Milano la citata «Gazzetta ufficiale», riportava il discorso del Re, ma il corrispondente torinese non commenta per nulla il grido di dolore; dice soltanto che un «sentimento di dolore si dipinse sul volto di tutti gli astanti quando il discorso regale accennò alle cattive condizioni dell'erario publico. Eppure niuno ignorava che le nostre finanze si trovano a mal partito». Siccome però qualche cosa conveniva dire, così osserva: «prolungati applausi coronarono quelle parole che accennano alla simpatia dell'Europa verso il nostro Stato». Quanto al sapore di polvere dell'ultimo inciso, è fatta questa osservazione: «Se quel periodo ha un significato, esso implicherebbe una manifesta contraddizione»; infatti come si poteva dichiarare di rispettare i trattati del '15, e insieme minacciare la guerra? Questa contraddizione[198] probabilmente rappresentava pel Cavour un'utile via di uscita; e per Napoleone, che ne fu il suggeritore, o significava un'astuzia; o fors'anche era indizio di una speranza o di un'illusione che la questione italica si potesse comporre senz'armi?
Ed anche nel Lombardo-Veneto c'erano «spiriti malvagi»; i quali da quei discorsi di Napoleone e di Vittorio Emanuele non potevano che essere maggiormente eccitati, come osservava Pio IX. Tale stato di incitazione e di tempesta è riflesso bene in questi fugaci appunti di cronaca, che devo alla cortesia di un signore milanese.[199] «Il 1.º del '59 agitatissimo. La plebe insulta e malmena chiunque porta alla bocca il riprovato sigaro. A Porta Ticinese (Milano), s'insultò un ufficiale; a Santa Caterina se ne malmenava altri. Si grida abbasso i cappelli a cilindro. Il discorso di Napoleone a Hübner. Effetto nelle popolazioni italiane. I giornali negano il fatto, ma l'effetto rimane. Trenta individui provenienti dal Piemonte arrestati. Il 6 gennaio più forte agitazione: s'insultano quelli che giocano al lotto. Notte tempo sono arrestati e trasportati colla via ferrata più di 400. Arrivo straordinario di truppe. Prendono posizione sul Ticino, poi sul Po. I giornali assicurano la pace. Nessuno, meno pochi, vi credono. Discorso di Vittorio Emanuele che ascolta i gemiti d'Italia. Agitazione in Padova. Impedita la dimostrazione pel defunto professor...., vanno gli scolari; dissotterrano il cadavere: lo conducono in processione con una corona tricolore. La truppa cerca disperdere la folla. Qualche ferimento. Gendarme che rifiuta di tirare. Fugge in Piemonte. Si chiude l'Università. Teatro della Scala. La «Norma» cantata dalle sorelle Marchisio. Coro, «Guerra, Guerra!» Strepito singolare il 22 a queste parole. Rispondono gli ufficiali battendo la spada. Lo strepito raddoppia il 23. Viene proibita la «Norma». Versi del Borghi:
Canto d'italo amor, d'itala forma,
d'italo ardir che tuona e che predice,
in simbolica spoglia era la Norma.
(Questo episodio del patriottismo lombardo è fra i più noti:[200] ma esso è qualcosa di più che una bella vendetta della Scala, addormentatrice sirena, cara al Metternich: è indizio che gli ultimi riguardi di casta, i vincoli stessi di parentado, da antico studiati e favoriti da Maria Teresa e ben più accorti e tenaci di quelli usati poi del capestro, sono spezzati. Molti di quei nobili, rincasando, deporranno per tempo indeterminato la cravatta bianca: sta per echeggiare la fucilata per le tue ville, o Varese!). Febbraio 1859. Soncini, Clerici, Caroli, Boner espulsi dai teatri; non è loro permesso neppure il teatro delle marionette. Si aspetta il discorso, Imperatore Napoleone. Incertezza. Emigrazione spontanea di giovani in Piemonte. Festa per la principessa Clotilde. Festeggiamenti nel teatro della Fenice. Si recita il «Profeta». Rappresentandosi, la notte, si spengono i lumi. Piovono coccarde e confetti a tre colori. Dal Verme, Visconti, (?) circa cento giovani milanesi si arruolano. L'Università di Pisa arruolasi anch'essa. Cresce il fervore. Morte di Emilio Dandolo. Funerali il 22. Incertezza. Proibizione di accompagnare (la salma). La marchesa Rescalli corre dal Luogotenente, ne impetra il permesso. Lodovico Mancini dice: lasciateci almeno fare a nostro modo coi morti. Entusiasmo. Dieci mila persone a capo scoperto. Ghirlanda e nastro tricolore portato da dame e messo da....[201] Il popolo che non vide, dice essere disceso dal cielo. I balconi, le strade accalcate alzano un grido immenso all'apparire della misteriosa ghirlanda. 232 (?) signore di altissimo casato, miste alle cittadine, accompagnano con decoro e con santo raccoglimento l'amato giovine. Due pietosi ne lavarono il corpo. Giunta la turba al camposanto, parlò Allievi e Bargnani, il primo all'improvviso, il secondo un pensato e caldo ragionamento. Trotti, Signoroni, Mancini e Carcano tengono il drappo funebre. Quattro bersaglieri, compagni d'arme, portano il cadavere. Venti soldati assistono alla cerimonia che si compie tra gli applausi. Il governatore visita più tardi la spoglia: si leva il cadavere: si fruga l'estinto: si stracciano i fiori. Il conte Tullio porta a Monti la spada di Manara, legata dal figlio al compagno d'armi. Il 22 febbraio a sera, teatro vuoto: soli tre palchi. Il 23 febbraio, alla sera, quei pochi che si avviano al veglione, sono respinti colle sassate e coll'insulto. Interviene la truppa e gli ulani. Parapiglia. Quelli che vendono maschere sono pregati a ritirarle. Il 27, grosse pattuglie proteggono le maschere; ma sono pochissime. 28. La città è muta. Arresti. Bargnani è salvato da un beccaio. Sciopero. Papà Cavour. Fortificazioni e feritoie al Castello».
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Ma prima di procedere, sarà utile vedere che cosa ne pensasse il maggiore di questi «spiriti malvagi», anzi il progenitore degli spiriti malvagi, il Mazzini.