La causa d'Italia così come era sostenuta da questi tre primi attori, Vittorio Emanuele, Cavour e Napoleone III, fu da lui fieramente avversata.[202] Questa cosa è nota, tuttavia conviene soffermarci alquanto. Contro Vittorio Emanuele non possiamo dire che vi fosse propriamente avversione: il Mazzini che del '31 aveva rivolto a Carlo Alberto il magnanimo invito di «liberare l'Italia dai barbari», di «edificare l'avvenire», di essere «il Napoleone della libertà italiana», che alleva detto: «snudate la spada e cacciatene la guaina: fate un patto con la morte, e l'avrete fatto colla vittoria», ripete in tuono più attenuato, al figlio di Carlo Alberto l'esortazione medesima. Come republicano non intende imporre al Re la sua fede; ma non vuole che altri gli imponga la sua. Domanda che a guerra vinta, si riservi alla Sovranità Nazionale di stabilire la forma e il patto del proprio reggimento.[203] Si ripete a un dipresso ciò che fu tra Cattaneo e Carlo Alberto nel '48: «Passate (il Ticino) ma non vi promettiamo niente!»[204] «La parola riconoscenza — scrisse il Cattaneo — è la sola che possa far tacere la parola republica». Se non che del '59 non era ministro del Re il buon conte Cesare Trabucco di Castagnetto, ma il Cavour, non disposto a far proclamare Vittorio Emanuele presidente della republica.
Ma l'alleanza con Napoleone III è cosa tale per cui l'animo suo insorge con ogni sua forza; e ciò per due ragioni, di cui la prima è che il sogno della sua vita è distrutto: la storia non scriverà nelle sue pagine: «l'Italia, libera ed una per virtù propria, insegna ai popoli come si frangano le tirannidi»; ma scriverà: «l'Italia, serva fremente, ma incapace di liberarsi da sè, ebbe indipendenza dall'Austria, per opera d'armi straniere e dispotiche».[205] La seconda è che «esporre la causa della patria all'intervento e alla malefica influenza di Luigi Napoleone, era delitto simile a quello di chi infettasse di tabe mortale una giovane vita».[206] Questa guerra, se sarà guerra, non avrà per risultato che di sostituire il dominio francese a quello austriaco e l'alleato «si muterà in padrone», giacchè quale altro fine se non la conquista, si può proporre Napoleone ad una guerra contro cui «la Francia intera è, dall'esercito in fuori, avversa?» Alla prima di queste cause va riferita la nota frase che il Mazzini, a testimonianza del Saffi, avrebbe proferita, come seppe delle parole di Napoleone all'Hübner: «il dado è tratto, siamo spacciati»; alla seconda di queste cause il noto avvertimento del gennaio '59 a coloro che da lui si staccavano: «Voi vi date a una guerra nella quale la monarchia piemontese è esecutrice, l'Impero di Francia ispiratore del disegno. Sarete al campo in qualche angolo di Lombardia, probabilmente tra Francesi e Sabaudi regii, quando la pace che tradirà Venezia sarà a insaputa vostra segnata».
Si suole dare a queste parole senso profetico; ma verosimilmente il Mazzini intendeva il tradimento di Napoleone, sia nel caso della vittoria come nel caso della sconfitta, la qual cosa è detta nello scritto «La guerra» del 15 maggio, dove così si ragiona: «la guerra, lasciata ai governi, finirà con un nuovo trattato di Campoformio, o con un riparto d'Italia che, lasciando in Roma l'eterno nemico dell'unità della Patria, sostituirà sulle altre terre d'Italia nuovi padroni agli antichi: forse, se mai si prolungasse oltre l'anno e con vicende alterne, colla caduta di Luigi Napoleone senz'un solo vantaggio all'Italia».[207] Come poi a guerra iniziata anche Mazzini chiamasse disperatamente alle armi e come collimassero stranamente le sue parole con altre di Luigi Napoleone, sarà detto a suo luogo. Qui basti il finire con le parole della accennata profezia: «Ai poveri tormentati ed illusi che vanno ripetendo: Venga Satana, purchè ci porti via gli Austriaci, io dico: Fratelli, voi avrete Satana e gli Austriaci ad un tempo; s'intenderanno sul campo a danni vostri dopo la prima battaglia». La verità è che Satana o il «primogenito del demonio»,[208] come più tardi fu chiamato Napoleone III dalle Dame del Sacro Cuore o l'«uomo dalle tredici coscienze» come lo chiamava don Margotti, fu lui, il veramente tradito a Villafranca. Ma già fin da antico fu scritto che il mestiere del diavolo non era il più facile, tanto che il popolo v'aggiunse l'aggettivo di «povero».
Ma sarebbe cosa dolorosa per chi scrive queste pagine, se riportando tali passi del Mazzini se ne volesse dedurre l'intendimento di esaltare Napoleone III a discapito di quel nostro grande. È il dissidio delle cose che a me preme mettere innanzi; guerra di anime che durerà più lontana che la guerra delle armi. Credo anzi ventura per l'Italia che il Mazzini con ieratica forza non ispostasse il suo vessillo di una linea dal vertice ideale ove lo teneva spiegato. Oltre l'unità e la monarchia esso splende, garrisce ancora: credo erronea opinione quella di molti che — bisognosi per procedere, di novelli richiami, — lo reputarono lenzuolo funebre nel quale avvolgere l'idea della patria, e chiamare poi architetti e scultori per il mausoleo interminabile. Profeta più veramente fu il Mazzini quando scrisse: «Non isperino gli Italiani salute se non trovano in sè stessi energia per compiere il loro dovere».[209]
Del resto, chi non credeva allora ai tenebrosi disegni di Napoleone che «tante notti bianche» fece passare ai diplomatici e ai re?[210] I lo chërdia pi bulo!, lo credevo più furbo, confessa nell'aprile del '59 Massimo d'Azeglio.[211]
E grande del pari era l'avversione del Mazzini contro il Cavour, che gli sottraeva il sottraibile di fedeli e di opere; che di quella accennata infezione appariva l'agente deliberatamente sicuro.
Ora mentre tanti sospetti si appuntavano da Mazzini contro Napoleone III, non minori sospetti e paure molti nutrivano in Francia per questa guerra in cui l'Impero veniva a collocarsi alleato della Rivoluzione. Prospero Mérimée così scriveva al nostro patriotta Antonio Panizzi: «Ma e l'Europa? ma gli Italiani? E che fare del Mazzini? Fucilarlo: d'accordo, ma che dire a coloro che vorrebbero sventrare il cardinal Antonelli o il re Bomba? Non c'è da temere che dopo le prime vittorie noi avremo degli alleati che ci metteranno nel più serio impaccio? In confidenza, mi sembra che si tratti di due vasi di terra che vanno ad urtarsi. Potrebbe darsi che in avvenire non restassero che dei cocci per terra».[212] È lo stesso identico ragionamento, riferito sopra, di Drouyn de Lhuys all'Hübner: il pericolo — cioè — della rivoluzione. E Cavour non agitò dopo Villafranca, per un momento, lo spettro della rivoluzione?
È del 31 decembre '59, cioè cinque mesi dopo la pace di Villafranca, questa lettera di Napoleone a Pio IX: «una delle mie più vive preoccupazioni, durante e dopo la guerra, è stata la condizione degli Stati della Chiesa, e certo fra le potenti ragioni che mi impegnarono a fare sì prontamente la pace, bisogna annoverare il timore di vedere la rivoluzione prendere tutti i giorni più grande svolgimento. I fatti hanno una logica inesorabile e nonostante la mia devozione alla Santa Sede, io non potevo sfuggire ad una certa solidarietà cogli effetti del movimento nazionale, eccitato in Italia dalla lotta contro l'Austria», e termina dicendo che già fece molto se riuscì a fermare Garibaldi al confine della Cattolica; e dopo questo, le armi regie invaderanno l'anno seguente col suo permesso le Marche e l'Umbria! Eppure nello scrivere quella lettera l'uomo «dalle tredici coscienze» probabilmente non mentiva.
Il 17 settembre del '59 alla ringhiera del palazzo Gioia in Rimini che è presso alla Cattolica, un uomo apparve: balenò un fulgore, si stese un silenzio, echeggiarono queste parole: «Dall'entusiastica accoglienza che voi tutti qui mi fate, m'avvedo che siete stanchi del governo dei preti. Genìa infame!» Chi mi ripeteva a memoria questo proemio, era allora un giovanetto che timidamente s'era fatto al balcone della casa vicina per vedere che cosa di nuovo succedesse nella città morta. Quando un gran scapaccione lo colpì: «Va via di qui: mi meraviglio che tu stia a sentire le parole di quell'empio!»[213] Era il babbo; e quell'empio era Garibaldi!
E nelle memorie delle cose tramandate, mi sta anche il ricordo di un altro padre in discussione coi figli che avevano combattuto a Roma del '49, e diceva alla moglie «Quel cannone di San Pancrazio non ha fatto il suo dovere!», e, passando Garibaldi pel suo paesello, faceva chiudere le finestre per timore che non ci entrasse la scomunica.