Erano pochi, è vero; ma anche di quei pochi è dovere tenere il conto.

VI.
Le alternative di pace e di guerra.

Il 4 febbraio era publicato in Parigi l'opuscolo: «Napoleone III e l'Italia». Della grande impressione che destò allora tale scritto spenta già è la memoria. Questo opuscolo si potrebbe chiamare oggi dai malevoli ciò che in gergo commerciale è detta la réclame della guerra. Tuttavia anche il modo come è stata redatta una réclame, può essere interessante. Eugenio Rendu, richiesto dal Chiala,[214] in una lettera dell'agosto 1883, racconta le vicende di questo opuscolo, ed usa quell'arguta garbatezza che i Francesi per ogni loro scritto dispensano così signorilmente che pare facile impadronirsene ed imitarla. Ecco in breve: subito dopo il colloquio di Plombières, Napoleone chiamava il visconte de la Guéronnière, e gli affidava l'incarico di quest'opuscolo, determinando questi due punti essenziali: primo, che lo statu quo non poteva essere più mantenuto al di là delle Alpi, tanto nell'interesse d'Italia che dell'impero; secondo: progetto di una federazione italiana.

Ma pare che il La Guéronnière, con tutta l'elasticità del suo ingegno, si trovasse un po' a disagio nel dover parlare delle cose d'Italia. (Da quel tempo in poi i Francesi non hanno fatto troppi progressi nello studio delle cose nostre, e ciò è alquanto mortificante per noi, che studiamo le cose loro più delle nostre). Il La Guéronnière si rivolse allora al Rendu, che, appunto, attendeva ad un lavoro sull'origine della federazione in Italia, e — dice il Rendu — «il pensiero di vedere affidata allora alla spada di quel monarca l'incarnazione di un sogno che rispondeva a tanti sforzi e a tante ragioni storiche, mi sedusse fortemente». In pochi giorni e notti di composizione entusiasta, lo scritto fu condotto a termine.

Sono sostanzialmente le idee dei nostri neoguelfi Gioberti, Balbo, d'Azeglio, l'idea cioè di una federazione fra i vari Stati d'Italia, con esclusione dell'Austria e ciò per una ragione evidente: perchè, sino dal tempo di Fedro, l'alleanza tra il leone, la capra e l'agnello, patiens iniuriae, non diede mai buon risultato. Ma, poi che siamo in tema di favole, quei nostri padri si trovavano nella condizione dei topi, che avevano bensì trovato il rimedio contro il gatto, ma non il modo di attaccare il campanello alla coda del gatto. «La spada del potente Imperatore dalle cui labbra l'Europa pendeva», ora si offriva come rimedio.

Per mezzo di tale federazione si profilava nell'alba che stava per sorgere, «lo scioglimento della grande questione, che è la questione del mondo», cioè quella del Papato: il quale «fatto libero della doppia e contradditoria responsabilità del potere temporale e del potere spirituale, non si sarebbe più trovato costretto, come fu di Pio IX nel '48, a sacrificare la sua qualità di Re a quella di depositario della Buona Novella di Cristo, o viceversa».

Questa opinione del Rendu era, ripeto, condivisa da molti nobili spiriti fra noi: ma altri molti e non meno nobili spiriti, sia perchè vivevano più vicino al Papato, sia perchè avevano letto meglio Dante, Boccaccio, Machiavelli, non avevano tali entusiasmi, ed erano convinti che per risolvere la questione di Roma, occorreva qualcosa di più risoluto che la spada di Napoleone III, la quale non sciolse il nodo, ma anzi impigliò sè stessa nel nodo.

Dopo Villafranca, Napoleone publicò l'altro famoso opuscolo «Il Papa ed il Congresso», di cui tanto si confortò il Cavour;[215] contenente, curiosa ripetizione, le stesse idee espresse nella lettera del 1831 a Gregorio XVI.[216] In questo opuscolo, fra proteste di devozione e di amore, era detto che «come più il territorio della Chiesa fosse stato piccolo, più il Pontefice sarebbe stato grande»; la potenza del Papa risulterebbe «meno dalla sua forza che dalla sua debolezza (politica)». Terminava con questa preghiera: «Possa Napoleone III aver l'onore di conciliare il Papa, come sovrano temporale, col suo popolo e coi tempi!» Costretto a spiegarsi, Napoleone rispose con la lettera, riportata a pag. 191, in cui concludeva esortando il Santo Padre a «fare il sacrifizio delle provincie insorte (Legazioni), cedendo alla logica inesorabile dei fatti. Così il Santo Padre assicurerebbe all'Italia riconoscente la pace, alla Santa Sede il possesso tranquillo del rimanente suo Stato. Ecco ciò che tutti i sinceri cattolici devono domandare a Dio». Ma «la logica inesorabile delle cose» portò invece alla separazione tra l'Imperatore e il Partito Cattolico; Carlo Magno apparve come Giuliano l'Apostata: le parole d'amore al Papa parvero insulti; il rispetto — che pur era sincero e lo dimostrarono le cose — ipocrisia. Il Papa disse: Non possumus! La Rivoluzione italiana disse pure: Non possumus! Sopratutto è il santuario di Delfo, cioè Roma, che occorre all'Italia! Così si preparava la strada che condusse ad Aspromonte e Mentana: là dove Garibaldi, cioè la Rivoluzione, aveva deliberato di sciogliere il nodo storico del Papato in modo assoluto.

Undici anni più tardi, il governo italiano credette di operare come Alessandro a Gordio; ma in verità lo ferì soltanto quel nodo famoso, che diventò una piaga. Allora alcuni medici dissero che occorreva applicarvi il cerotto del dogma scientifico; ma ne derivò un'irritazione maggiore. Altre cure anodine si vanno oggi escogitando; la qual cosa può dimostrare, se non altro, che la piaga sussiste tuttora.