Il Rendu pareva entusiasta di questa soluzione ottimista, e con sonanti parole cerca di «precorrere ogni obbiezione od opposizione. Chi doveva essere il capo di questa federazione? Colui che personifica l'idea più universale e più potente; colui al quale risale in Italia ogni entusiasmo e ogni ossequio; colui che diede a Roma le arti, i costumi, etc.; colui che ha fatto di Roma il centro del mondo e le assicura una seconda eternità».
Ma il Papa avrebbe detto di no, e Mazzini scriveva, poco dopo, che la possibilità di tale fatto equivarrebbe a «disperare della patria, dei popoli, della coscienza umana, della libertà, d'ogni cosa santa».[217]
Per due mesi l'opuscolo riposò nel silenzio. Il due decembre, il Mocquard avverte La Guéronnière che fra dieci giorni l'Imperatore desidera conoscere lo scritto. Altra sosta. Il dieci gennaio, cioè dopo le parole all'Hübner e il giorno stesso che Vittorio Emanuele lancerà il grido di dolore, La Guéronnière è invitato a pranzo alle Tuileries. Pranzo intimo, e fra i commensali il Nunzio pontificio. Dopo pranzo, conversazione su le condizioni politiche d'Italia. «L'opuscolo?» «È pronto». «Venitemi a trovare — disse l'Imperatore al La Guéronnière — una di queste mattine». In fatti, dal 20 gennaio in poi, lettura dell'opuscolo nel gabinetto imperiale: La Guéronnière, Mocquard, l'Imperatore. Questi approva il lavoro e specialmente loda la profonda conoscenza su le cose e i sentimenti d'Italia. Per ciò che riguarda quest'idea di un'Italia federale col Papa, si ponga mente a questo passo di lettera del Cavour: «Più volte l'Imperatore, a persuadermi, ha citato brani di libri di Azeglio»;[218] il che se prova come l'Imperatore fosse fedele alle idee giobertiane, induce anche a pensare che il Cavour oramai coltivasse diversa opinione.
E rêve creux chiama, sia pure per altre ragioni, l'Hübner questa vaga idea napoleonica di federazione italiana.
Approvato l'opuscolo, l'Imperatore volle farvi alcuna aggiunta ed emendazione: nel preambolo inserì egli queste parole: «L'Italia rappresenta nella storia qualche cosa di più grande ancora che l'idea della nazionalità: essa rappresenta la civiltà». A pagina quattro, volle citato il passo di Tacito (o buon republicano Le Bas, che facesti leggere Tacito!): Memoriam quoque ipsam cum voce perdidissemus, etc., in riferimento ai beneficî che al mondo diede nel passato tempo l'Italia, «più che sorella, madre delle altre nazioni»; beneficî che l'Europa non può obliare senza ingratitudine; l'Italia non può obliare senza rinnegare sè stessa. Di lui pure è la nota che si riferisce «all'impotenza assoluta d'una forza veramente italiana, a trionfare, senza un soccorso esterno, di un nemico così fortemente organizzato come è l'Austria». Quindi la deduzione: «da questo fatto risulta, per ogni uomo di guerra, questa verità incontestabile, che la nazionalità italiana non sarà mai il risultato di una rivoluzione». Questa affermazione colpisce, manifestamente, in pieno gli ultimi tentativi mazziniani, di Milano, di Toscana, di Napoli; nè risulta che il Mazzini vi risponda direttamente nel suo scritto «Napoleone III e l'Italia». La fede in lui nei miracoli della rivoluzione doveva essere superiore ai replicati esperimenti del fatto; e fra le spiegazioni di tale importante fenomeno, oltre alla fede di apostolo, è lecito proporre anche questa: che, essendo vissuto quasi sempre in esiglio, gli venne a mancare il contatto preciso con la publica opinione e con la realtà: la qual cosa successe a molti esuli, specie in tempi in cui le comunicazioni erano tanto più lente delle odierne.
L'opuscolo si soffermava ed estendeva anche su le riforme da introdursi negli Stati della Chiesa, ma Napoleone tolse ogni accenno: «A qual fine? Si turberebbe adesso tutto un partito degno di rispetto: questa semplice allusione provocherebbe una levata di scudi in venti giornali d'opposizione».
Ancora: l'ultimo paragrafo conteneva questa parole: «Noi non abbiamo alcuna inimicizia verso l'Austria. L'Italia è la sola cagione delle difficoltà che esistono tra la Francia e l'Austria». La frase fu letta e riletta. «È troppo blando!» disse l'Imperatore accarezzandosi i baffi: ripensò, ritornò sul suo pensiero: «Ma sì, nel fatto è vero, e poi è politico!» La conclusione dell'opuscolo fu formulata da Napoleone con queste enigmatiche parole, che nei fatti che stiamo per esporre hanno, forse, la loro chiave: «Noi desideriamo ardentemente che la diplomazia faccia, alla vigilia di una guerra, ciò che essa farebbe il giorno dopo di una vittoria». Vedremo fra breve quanta speranza c'era da riporre nell'opera della diplomazia.
Curioso un altro particolare: esponendo il piano della federazione, vagheggiata da Enrico IV, era detto: «Il pugnale di Ravaillac distrusse così belle speranze». Il giorno 3 febbraio, alla vigilia della stampa, il La Guéronnière ricevette questo biglietto: «Vi prego di fare una lieve modificazione nella frase dove si tratta del pugnale di Ravaillac....; vi si potrebbe vedere un'allusione personale».
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Il D'Azeglio, Gino Capponi, Federico Sclopis, letto l'opuscolo, ne andarono in visibilio: lo Sclopis scriveva al Rendu: «Bisogna mettere ogni speranza in questa furia francese che spazza via tutto». Ohimè! Ohimè! troppi pensarono come lo Sclopis! Ben più temperato il Cavour, il quale si restrinse a ringraziare il Rendu «in nome d'Italia».[219]